Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli alleati.

I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie di altre guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale tenacia.

Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile nel centro, a Solferino, dove Napoleone III, con prontezza di concetto degna del grande zio, comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là veramente stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza, i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata, l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia vincevano ovunque.

Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci più formidabili, sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck.

Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco dai nostri, ma slegato, senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo secondo colle, mentre il generale Mollard, più valoroso soldato che abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie, mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di Francia.

Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della Scoperta, presto occupata dal generale Durando.

Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, dove più terribile era il pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Più che il destino premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava egli allora al La Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando scoppiò uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando, dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano serrati, terribili all'aspetto. Scoppiò un grido: Savoia, da migliaia di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le difese. È un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove più ostinata era stata la resistenza del Benedeck, è presa. Gli austriaci sono cacciati giù dalla china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! Viva il Re!»

Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue francesi, seicento novantuno italiani, duemila trecento ottantasei austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi, tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634 e 9290 scomparsi e dispersi.[1]

L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta, la giustizia era fatta.

A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di Villafranca.