Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi di Sebastopoli, unita ai vessilli dei più forti popoli dell'Occidente. Dopo la guerra di Russia, nel Congresso di Parigi, la causa italiana fu dichiarata solennemente d'interesse europeo, raccomandata al tribunale supremo della civiltà cristiana, e il conte di Cavour arditamente proclamava che l'Austria in Italia era stata sempre attendata.

Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata, e precorreva, con l'ansia del desiderio, gli eventi.

E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro della penisola, commosse, non molto dopo, i popoli, all'annunzio che la Francia, la gloriosa sorella latina, dava la mano all'Italia per rialzarsi e per iscuotere i danni e le onte del servaggio!

Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio Emanuele e Napoleone III si mettono a capo dei loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi Cacciatori delle Alpi. Il 20 maggio, gli austriaci toccano dalle armi franco-piemontesi la prima sconfitta in Lombardia, a Montebello; il 30 sono fugati a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi, il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il 27 a Como.

Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, e i francesi vincono il nemico a Magenta; l'8 a Melegnano. In questo stesso giorno Vittorio e Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico delle popolazioni redente.

Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove, ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è concentrato l'esercito austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie, sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe. Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguìto, dopo due giorni, da Napoleone. Il nemico è vicino: al di là del Mincio, il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita. All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di numero, parevano sorridere probabilità di vittoria.

Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi di gente, un richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia.

Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. Nè i franco-piemontesi, nè gli austriaci credevano incontrarsi così presto, e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia.

I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura mantovana.

Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone, e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova.