Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di patriottismo, e le società segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale, istituito a Londra dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva l'ira soldatesca dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme di libertà.

La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico popolano Sciesa, milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal, il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme.

Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. Quel pallido fantasma non è accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non si può leggere senza profonda commozione, «Nella mia vita — così egli scrive — ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andrò a morire per la patria, è così viva, così intensa, che se gl'Italiani potessero averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo stesso ardente entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che ci diedero una patria, sembrano così distanti da noi, quelle audacie magnanime sembrano così lontane da questi giorni, in cui ogni senso di patria poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanità, dalla pratica operosità, che converte l'anima in denaro. Ma allora la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobiltà del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva dal cuore: virtù di religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che, pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo misurava, e lo sopportava; virtù di sacrifizio, che facea serenamente rifiutare la vita per la patria adorata.

Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli animi, anelanti a libertà.

Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie, che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libertà.

Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino era anche più grande della mente acuta del ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava nella monarchia di Savoia, compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia.

Ormai s'era creato in Europa il convincimento che l'Austria avrebbe comandato in Italia ancora per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù di sacrifizi, di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di costituirsi in nazione indipendente.

L'Austria allora, cui più che la vergogna delle sue inique oppressioni cuoceva la riprovazione di tutte le nazioni civili per le sue forme di governo, pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più umana. «No, noi non domandiamo all'Austria — esclamava Daniele Manin, l'esule magnanimo — che sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo che se ne vada; noi non sappiamo che farci della sua umanità e del suo liberalismo, e solo vogliamo esser padroni in casa nostra!»

Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie celasse l'antica ferocia, provò la nuova forca rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu appeso, inclito martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore.

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