Alcune parti della città presentarono allora uno spettacolo da agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di carni lacerate. Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste di teneri bambini tra le schiere bresciane. Con altissimo scroscio cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato; le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente resisteva.

Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli incendi si combatteva ancora, con un valore più forte della barbarie nemica.

A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello, per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco, implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che nulla d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini.

Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti? Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo.

La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che importano i nomi? Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, alla bresciana.

Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: «Me fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia.» — «Ed io secondo» — rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei commilitoni, perchè non abbandonassero il posto. — I ricordi son molti. Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e torna a' suoi dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: «Viva! mi resta un braccio per la spada!» non sono forse pari nella virtù e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che, alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo Alberto: «Ora il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, che levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva il Re»? È in tutti questi prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: patria e valore. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai reggitori della città. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto della l'esistenza disperata nel sangue.

Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi, di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati, martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come nè l'età, nè il sesso imponesser pietà, essendosi trovati donne e vecchi laceri di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo, trapassati dalle baionette e lasciati là, fra orrendi contorcimenti, sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di città, per cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette, per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano, Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh! esecrazione! Non resiste più l'animo a queste scelleraggini nefande, il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con fremiti di sangue.

Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la libertà bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente. Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di resurrezione.

Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua eroica virtù, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero dominio.

Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca, pensò assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza d'illusioni e speranze in orrende calamità. La baldanza soldatesca del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione, e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare la prova, ad affermare la libertà e la patria con la meditazione, con l'opera, con la parola, con il sangue.