Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze, fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A questo debito noi non abbiamo fallito.
Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore, di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.»
Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale. Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati, qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re, desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli, nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati. Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii, l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia. Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro destino.»
«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire. Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre, per crescermi di potenza.»
E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza, l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui si curvava il tempo mortale.
In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato.
Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue e l'amore della patria.
***
Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e per rincominciare.»
Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più disperati.