Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge, appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare, senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto che si dà sempre ai Sovrani.
Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera, indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera compiere.
Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo, Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio. E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi, ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica; più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare, colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa si sfogava l'ira) dice:
— Vorrei sapere chi è quel signore!
— Je suis Delaunay, lieutenant-général.
— Va bene: e in che qualità Ella viene fra di noi?
— En qualité de président des ministres da Roi Victor-Emmanuel. —
E poi vòlto alla Camera:
— Messieurs.... — egli incomincia.
— Un momento — interrompe il presidente — mi domandi prima la parola. —