E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno.

Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro dell'Interno, sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. «Morte ai traditori!» s'urla d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste furie fu necessità disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo, dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo di perdono. «Ma se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva «essi non dovevano dimenticare.» E fu necessità cangiare il primo ministro, vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo, spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico, l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che si voleva continuasse.

La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un avvenimento doloroso rivelò quale fosse il sentimento del popolo, assai diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della politica.

Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore penetrò nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla patria. S'intuì che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Già cominciava a penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che Vittorio Emanuele era un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo, il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui. Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano, chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio di nazionalità non potesse più risorgere. Ed egli invece, stava solo al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva mantenere i giuramenti, affermando ch'era principe italiano e che la sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli anzi animosamente con una grande lealtà di parole e di azione unita a una grande e incrollabile fermezza.

Ma mentre appariva questo principio di giustizia nella opinione dei più, si stimò necessario un ultimo atto e solenne per significare il pensiero dei Re e provocare un'indubbia manifestazione del popolo. Con modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma legittimato da quella reverenza e da quell'affetto che per tradizione più volte secolare, i popoli subalpini nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava il Regno, legittimato dai pericoli esterni ed interni che parevano minacciare e minacciavano la Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro, con parola amorevole e severa, un atto di buona e patriottica volontà. «Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono. Questa promessa, questo giuramento lo adempio disciogliendo una Camera diventata impossibile: li adempio convocandone un'altra immediatamente: ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su me ricadrà oramai la responsabilità del futuro e dei disordini che potessero avvenire; non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi di loro.»

Queste parole e le altre che parvero di colore oscuro, scritte nel proclama di Moncalieri, agitarono profondamente gli animi già agitati di quel tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava? Poichè ormai si comincia anche fra noi a formare una leggenda intorno agli avvenimenti primordiali del risorgimento nostro, dice codesta leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri sarebbe stato grande e fulmineo. Le testimonianze che si possono raccogliere affermano invece il contrario: fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore cessò e la gente incominciò a ragionare: a poco a poco si comprese che si era veramente giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente, energicamente ritirarsi: si comprese che il Re, pure iniziando un grande movimento di conservazione, rimetteva alla coscienza del popolo il giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, che incominciava ad amare il Re finalmente lo intese e come doveva rispose.

La nuova Camera sorse appunto colla missione di chiudere la triste istoria del passato e di preparare il futuro. Si era salvi: e la salvezza parve opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato la Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti supremi d'angoscia, chi aveva creduto quando nessuno più credeva, chi non aveva disperato mentre tutti disperavano?

Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso d'un Regno, cui il destino apparecchiava tante glorie e tanti trionfi: pure è illuminato da una poesia triste e virile, e se poi, per effetto di grandi avvenimenti, il Re parve più grande, mai fu grande veramente come in questi primi istanti di cimento e di pericolo, nei quali fu mestieri che il giovane principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta quella fermezza, tutta quella lucida conoscenza e degli uomini e delle cose che solamente gli anni e le prove e l'esperienze e anche gli errori insegnano, ma che in lui, per fortuna della nostra patria, erano natura.

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Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu una vigilia operosa, lieta, fortunata, nè la storia conosce sin qui un periodo che le si possa paragonare pur da lontano: il piccolo Regno trascorre da audacia in audacia, sorgono nello Stato intelletti poderosi, anime gagliarde, si preparano e si compiono gesta meravigliose; il Re subalpino, il parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione sempre crescente, dell'ammirazione di tutta Europa: si aspetta, si teme, si spera dovunque alla vigilia d'un discorso della Corona: le parole che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio o Camillo di Cavour, provocano le polemiche della stampa, i dibattiti delle altre assemblee, le manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le dimostrazioni dei popoli, le note, le proteste, le lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i biasimi, i rancori, le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato piemontese che assume il diritto di parlare in nome d'Italia al cospetto di tutti i popoli, e l'Austria possente d'armi, orgogliosa di vittorie, ordinata mirabilmente come strumento di minaccia e di repressione, diventa lo spettacolo più drammatico e più bello che si sia mai rappresentato sulla scena del mondo. Formidabile partita, formidabile in quanto le forze sono enormemente sproporzionate, in quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare stia per rovesciarsi contro l'altro per distruggerlo, per schiacciarlo, mentre quello che pare più debole non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. Pare il Piemonte si faccia ad ogni istante più forte e più temerario, nel fervore e nell'emozione della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono atti virili, sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le immagini di quel tempo, e non vedrete che un ondeggiare festoso di bandiere al vento e sotto il sole, e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche di gioia, mentre fra i silenzi profondi delle altre regioni italiane, tutti si volgono tacitamente sperando verso la Reggia di Torino e salutano e aspettano.