E perchè no? Si millantava forse il Conte di Cavour? Senza quelle iniziative, tutte sue (e notate che tacque della campagna delle Marche e dell'Umbria) l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli sarebbe essa stata mai neppure possibile? Dell'unità nazionale non v'ha dubbio, il più antico e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi era egli pure un grande coefficente di ciò che ora accadeva, ma chi avrebbe potuto sul serio, nell'ordine dei fatti, paragonare l'opera del Conte di Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino allora?

Se non che il partito radicale e ultra-democratico, di cui in quel momento si facea interprete il Brofferio, avea sempre capito così poco il Conte di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli si potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin dalla culla non era stato e ad ogni costo unitario, che, piemontese e monarchico innanzi tutto, sfruttava ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica dinastica del carciofo, e affrettava le annessioni e l'unità italiana con lo zelo del neofita, dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da un improvviso raggio di sole sulla via di Damasco.

Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del che è lecito per molti di dubitare) è stolto ed insipiente in sommo grado, e non merita altra risposta se non quella che mi rammento aver io stesso sentita dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista repubblicaneggiante, cui pareva aver trovato l'Achille degli argomenti contro la memoria del Conte di Cavour.

Passeggiavamo di piena estate in una campagna e dopo aver molto discusso: — Insomma, — sclamò quel tale, — Mazzini credeva fino dal 1832 all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo chi ha avuto ragione? — Senti; — rispose il Bonghi — se tu in questo momento dici: «credo che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se seguiti a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come di solito, e tu vuoi vantarti: «vedete, se avevo ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per oggi basta! —

Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il Conte di Cavour abbia pensato e creduto in gioventù, perchè mai il giorno dopo Novara sarebb'egli stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe accaduto? Qual'è la dottrina, che s'era salvata? quale il partito politico, che non fosse stato sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove? La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte di Cavour stanno appunto in quella piena libertà di spirito, con cui pigliò l'impresa italiana. Non una tradizione lo preoccupava, non un impegno settario lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava i suoi pensieri. Sentiva, e profondamente sentiva, tutta l'immensa miseria della vita italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, che tre secoli di servitù aveano arrecato al carattere nostro e perciò potè procedere più franco, più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura era principalmente inglese e francese; i suoi viaggi erano stati tutti all'estero; l'Italia gli era quasi ignota, e tuttavia essa era in cima d'ogni suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran parte delle incertezze di Massimo d'Azeglio, che avea vissuto a Roma, a Firenze, a Milano, a Napoli, gli proveniva dal conoscere troppo bene gli Italiani. L'audace confidenza del Conte di Cavour dal conoscerli poco; lo ha notato lo stesso Garibaldi. Non è un complimento per gli Italiani, ma sempre più ogni giorno che passa la credo una verità! Per questo il Conte di Cavour fu tra gli Italiani un fenomeno così straordinario. Non soltanto la potenza della mente lo singolareggiava fra tutti. Altri uomini di mente potentissima e per certi rispetti superiori a lui, non mancavano di certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la disposizione del suo spirito, il modo, con cui afferra, esamina, risolve ogni questione, che gli si presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente diverso anche dalle più insigni varietà dell'ingegno italiano, fa del Conte di Cavour un fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica, che in sua gioventù e durante la rivoluzione del 1848-49 rimanga un po' appartato, che nonostante la perspicuità somma delle sue idee e delle forme, nelle quali le espone, apparisca per molto tempo agli avversari politici, ed anche uh poco agli amici, una specie di enigma, a cui si cercano mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane (il Brofferio e compagni lo chiamavano Lord Cavour) ora un reazionario, ora un municipalista; fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello torbido e fuor di squadra, a Corte un Giacobino in ritardo e fra la diffidente borghesia liberale del Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, un personaggio sospetto e da mettere in quarantena. Chi prima di tutti lo indovinò e lo preconizzò fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario politico, ma che gli rese giustizia con quelle parole del Rinnovamento Civile scritte nel 1851: «quel brio, quel vigore, quell'attività mi rapiscono e ammiro lo stesso errore magnanimo di trattare una provincia, come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla dappocaggine di coloro, che ebbero la nazione in conto d'una provincia. Io lo reputo per uno degli uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare al principe nell'opera di cui ragiono.»

Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè su questa qualità così generica dell'ingegno, di cui a volte non sono privi neppur quelli che in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi poi ne sono per lo più forniti a dovizia, anche su questa, dico, qualità generica dell'ingegno, bisogna intendersi. E quale propriamente fosse l'ingegno del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di Isacco Artom, uno dei suoi collaboratori più modesti e più intimi. «Egli non si proponeva mai,» scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile, ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale, ma il reale era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non sia per gli altri uomini!»

Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour (diciamolo a costo di pagare cinquanta centesimi a Rabagas, come nella commedia del Sardou) Dio ci mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione italiana non si perdesse più ad almanaccare a priori di monarchia e di repubblica, di tradizioni storiche e di profezie letterarie, di federazione e di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, nei quali s'era malamente e le tante volte smarrita, uscisse finalmente dalla catalessi dei fanatici e dei solitari ed entrasse in un periodo di effettuale realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati, che abbiano a sbucar di sotterra, su cataclismi, che abbiano a subissar mezzo mondo, su idealità vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di noi da farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, che battono capate in ogni spigolo di muraglia, o eroi metastasiani che trinciano l'aria col brando, ma non confidano che nella clemenza delle stelle.

Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere d'un simile trapasso dal regno dei sogni a quello della realtà i milioni di Arcadi e d'analfabeti, dei quali Pasquale Villari potè tirare una somma spaventevole anche quattordici anni dopo?

Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte quella politica di egemonia nazionale, che ha fatto l'Italia, non era forse nella sua mente alcun disegno preventivamente fissato con linee troppo rigide. Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva la sua grande inferiorità rispetto a loro, e fu invece la sua originalità e la sua forza. Amava con passione la patria, e due cose tenea per certissime: l'impotenza del riformismo dottrinario e del rivoluzionarismo alla Mazzini, e la necessità che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione pubblica europea da imbrigliar esso la rivoluzione a vantaggio della sua politica e da poter trattare da pari a pari con la diplomazia, nonostante che il fine della politica piemontese fosse quello di stracciarle sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e rovesciarle il maggiore di que' suoi accomodamenti posticci del 1815, alla perpetuità dei quali, con una boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari di mestiere, era solita d'aggiustar piena fede.

Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso ch'egli, al pari di Carlo Alberto e di Cesare Balbo, considerasse come assoluta: la necessità di cacciar l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, però, non è vero ch'egli del tutto lo respingesse. Nel 1856 vide a Parigi Daniele Manin, che gli divisò il suo nuovo programma: «Indipendenza, Unità e Casa di Savoia.» Lo giudicò alquanto utopistico, ma già i grandi risultamenti morali e politici da lui potuti ottenere nel Congresso di Parigi, avevano talmente slargate le sue speranze, che nell'anno stesso in un segreto colloquio col Lafarina il quale era tutto inteso, insieme col Manin, col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare su quel programma una Società Nazionale da surrogare alla Giovine Italia del Mazzini: «ho fede, gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato solo e che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa sia disposta a questa grande trasformazione.