«.... Faccia la Società Nazionale; se gli Italiani si mostreranno maturi per l'unità, io ho speranza che l'opportunità non si farà lungamente attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno crede alla possibilità dell'impresa. Venga da me quando vuole, ma prima di giorno e che nessuno la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò come Pietro e dirò: non lo conosco».

Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al suo arco e, contro il suo solito, si vantò appunto d'aver cospirato colla Società Nazionale nel suo secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte, come associazione consentita dalle leggi, la Società Nazionale fu pubblica; segreta invece nelle altre parti d'Italia, essa però non adottò nessuna delle forme delle antiche sètte, nè sottopose gli adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare il programma: «Indipendenza, Unità e Casa di Savoia». E che una cospirazione politica, la quale si proponeva di raccogliere in una nuova concordia le sparse forze del paese e ai Mazziniani, in compenso della Monarchia, offriva l'unità nazionale, ai conservatori liberali, in compenso dell'unità, offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza dallo straniero, che una cospirazione politica, dico, dovesse contrapporre alle antiche sètte un nuovo Credo molto determinato, si capisce bene.

Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour vincolarsi palesemente altrettanto? Non andrà un anno poco più, e all'ombra dei grandi alberi di Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la guerra immediata a prezzo d'una confederazione di tre Stati sotto la presidenza del Papa.

E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli avesse rifiutato? A buon conto, da un progetto impossibile di confederazione uscirono Magenta e San Martino, e dalla guerra malamente troncata a Villafranca uscì l'unità italiana.

Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte di Cavour, bensì altri molti: «No; l'unità politica dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte di Cavour, e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la vera, l'unica tradizione di tutta la storia italiana».

Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal più al meno, siamo un po' passati per questa fisima; tutti, dal più al meno, siamo colpevoli d'aver bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa fisima; alla quale si contrapponeva poi un'altra scuola, cattolico-liberale o razionalista e repubblicana, che nella storia d'Italia pretendeva invece a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo colpa a nessuno; forse anzi è un merito patriottico. Chi mai prima del 1859 poteva occuparsi di storia d'Italia senza un sottinteso politico? e questo sottinteso non dovea essere il programma del proprio partito? Perocchè v'ha bensì mia verità storica, ma purtroppo vi possono essere pure tante interpretazioni soggettive, quanti sono gli storici. Dio mi guardi dal dire che con la storia alla mano si possa ugualmente provare il ed il no, ma certo è che nell'immenso arsenale dei fatti della storia si possono trovare argomenti per tutte le cause, armi offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe facile citarne esempi, specie fra gli scrittori di nostra storia contemporanea, italiani e stranieri. C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe talvolta da credere, che si possano scrivere su documenti identici due storie di spirito diametralmente opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, quando diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila fatti e posso valermene a volontà». Vi pare scetticismo questo? No, signore. È servirsi della nostra ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da questo savissimo scetticismo, nota un grande scrittore inglese, che la civiltà moderna ha potuto correggere in parte quei tre massimi errori fondamentali, che, in passato, ci rendevano in politica così ignavi, in scienza così credenzoni, in religione così intolleranti.

Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia d'Italia, fino almeno alla fine del secolo XVIII, nè una tradizione unitaria, nè una tradizione federale.

Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano le mosse di lontano) oltre alla forma allungata della penisola, alla varietà delle razze, che la popolarono, non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche federazioni italiche, anteriori a Roma, e resistenti per tanto tempo alla sua conquista, l'esperimento tipico, vale a dire, la prima pietra angolare della tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, non senza ragione, che quegli argomenti etnografici e morali non provan nulla, perchè di troppe altre nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la penisola, che il mar circonda e l'Alpe, compensa ampiamente colla salda certezza de' suoi confini i pericoli della sua configurazione. Quanto alle prime federazioni italiche, circondate, com'erano, di popoli nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche cosa, certo esprimevano piuttosto una rudimentale tendenza all'unità, la quale di fatto si compì col formarsi dello stato di Roma.

Se non che, come mai può dirsi la vecchia Roma, la Roma dei classici, uno stato unitario nel senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè lottare assai più per conquistare l'Italia, che non tutto il resto del suo impero. In secondo luogo le città italiane furono tutte a lei soggette in vario grado, con forme diverse, e tenute a freno con un sistema di colonie, che s'andava via via slargando e sempre col doppio intento d'impedire una rivolta e di difendere la città dominatrice. Nè federazione quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice, contro la quale le ribellioni furono molteplici e tremende, e sfido negare, come sogliono gli unitari, che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti Cristo, non esprimano una tendenza separatista, domata soltanto da un progressivo avviarsi alla dittatura.

Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma la dominazione universale del mondo, e se, quando l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le grandi diocesi, nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno a cui si composero con lento lavoro le altre nazioni moderne, non è men vero che nella diocesi d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè il regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re in Italia, ma non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti sempre dietro al vano fantasma del cosmopolitismo romano, non consentirono mai che questo regno li unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi insieme perfettamente le due razze, quella degli indigeni e quella degli invasori. In Italia, invece, le due razze si contrastano ancora nell'età dei Comuni rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno però) dai feudatari dei castelli e dal popolo del Comune, e quindi entro il Comune stesso dai nobili e dal popolo, benchè nelle costoro discordie nè sempre le loro divisioni siano così esatte, nè sempre abbiano così remote cagioni.