Fresche ancora le ferite di Novara, la gente cominciava appena a riaversi ed a guardare attorno.
Una fazione potente per schiatta illustre, per servizi alla monarchia, altera nella incorrotta fama, che fu il pregio grande dell'aristocrazia subalpina, avversava il nuovo ordine di cose.
Era gente che aveva difeso in battaglia lo Statuto e la causa nazionale, ma non credeva all'Italia, nè alla costituzione. Ci vedeva il precipizio della dinastia: armeggiava in Corte. Non attorno al Re, inaccessibile e risoluto, bensì presso la regina, la madre e la moglie del Re, timide, pie, austriache entrambi. Angeli di bontà, ma nel cuore, arciduchesse. Una parte di codesti signori si adoprava in Senato. Una specie di vecchia fronda, senza duchesse di Longueville, ma con qualche virgulto di cardinale di Retz. Il profilo ne balza dalle pagine di un memorandum lasciato dal capo, il conte Solaro della Margherita: un piccolo Metternich, si diceva.
Ma era un Metternich buon diavolo.
Accanto a costoro, si schierava in altezzosa dignità, la falange dei conservatori che avevano consigliato e sottoscritto lo Statuto, illustri e sapienti, liberali per natura e generosità di animo, conservatori per tradizione, per scrupolo, per istintiva repugnanza alla democrazia in azione, per timore di esserne soverchiati.
Seguivano i liberali democratici, propensi per indole, per studi, per istintiva saviezza ai consigli prudenti, ma decisi al trionfo dei principii liberali, ad ogni costo; ardenti per la causa italiana, diffidenti di persone e di cose che rammentassero il governo passato, sospettosi della Corte, della nobiltà, dell'alto clero.
Seguivano i democratici ad oltranza, i rivoluzionari per temperamento o per professione, reboanti di declamazioni contro i troni e le chieriche, esalanti verso il barbaro ed i tiranni le più rumorose contumelie, frementi ancora del lievito quarantottesco: santo e benedetto lievito che aveva fatto le barricate, ma che nell'ora melanconica del raccoglimento, dopo la sconfitta, appariva meno opportuno.
Intorno al mondo politico: una nobiltà restìa, un clero avverso, una borghesia scontrosa e un popolo sbalordito da tante novità, che si risolvevano in maggior carico di tributi.
A poche marcie da Torino, l'Austria che vegliava e nulla avea dimenticato.
Per l'Europa correvano ancora i brividi del '48, quando la rivoluzione era penetrata anche a Vienna; era stato appunto codesto scoppio di uragano che avea ribadito in Cavour il convincimento di una politica liberale e progressiva. Ma in quanti pochi a seguirlo!