Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850, meglio un manifesto che un discorso, è programma di azione.

«Come starsene immobili?

«Pensiamo un po'. La rivoluzione da una parte, co' suoi urti, le sue improntitudini; L'Europa monarchica e conservatrice dall'altra, sospettosa, diffidente, cupida di soffocare ogni idea liberale.

«La immobilità sarebbe l'umiliazione e la ruina. Il Piemonte scenderebbe al livello degli altri staterelli, l'Italia perderebbe ogni speranza. Altri fini, diceva, altri fini deve conseguire la nostra nazione, deve conseguire l'Italia!

«Lo Statuto non può rimanere una formula vana: esso è strumento capace e poderoso.

«Adopriamolo.» Questo, in succinto, è il pensiero. Nella mente di Cavour, la costituzione era cosa viva: i partiti dovevano fecondarla; partiti organici, logicamente ordinati con idee e con programmi. E questi partiti occorreva crearli, perchè le agitazioni estreme svanissero, infeconde. Occorrevano riforme, per evitar le violenze. Egli scriveva nel 1860: «prevenendo gli avvenimenti, secondando ciò che vi è di giusto e di nobile negli istinti popolari, si rendono impossibili le rivoluzioni.» Fu il primo serio tentativo della vita libera in Italia.

Il discorso del marzo ottenne l'effetto che Cavour desiderava: quello di schiarire la situazione innanzi all'opinione pubblica.

Un anno dopo Novara, per bocca di Cavour, la Camera Subalpina preannunciava il parlamento del 1861. Nessuna meraviglia quindi, se codeste parole rintronarono fra le moltitudini.

Cavour incarnò, fin da quel giorno, le speranze italiane, e quando, pochi giorni dipoi, Vittorio Emanuele firmava il decreto che lo faceva ministro, dicendo al d'Azeglio: «Badate, costui vi scavalcherà tutti,» forse nel conscio animo del Re trepidava la profezia del pallido Gioberti, la parola ultima che dal letto di morte il doloroso profugo gettava all'Italia, perchè dalla sventura non dileguasse il conforto di suprema speranza. Quella grande anima, perdonando, divinava il Re ed il Ministro.

Da quel giorno, anche agli occhi dei più diffidenti, questa monarchia che si trasformava così sinceramente in regime di libertà, che mostrava di accogliere così spontaneamente tutte le idee moderne e le favoriva e si rinnovellava in esse, legittimandosi italiana nel sentimento e nell'entusiasmo, onde i profughi delle altre regioni sedevano nei consigli della Corona; e in parlamento e dalle cattedre spandevano sulla gioventù la luce di insegnamenti, maturati nelle sventure, per cagione della patria e a torme altri profughi erano accolti e protetti in Torino, apparve un fatto così straordinario, così miracoloso, da colpire le immaginazioni, come una rivelazione della Provvidenza.