E poi Nizza e la vecchia madre non riveduta da quattordici anni: e dopo brevi giorni di gioie domestiche, l'entrata nel mondo del Quarantotto, tutto canti e grida e deliri, ma con poche armi, assai poche! Ei corse presto a Milano. E perchè? — domanda oggidì la storia d'allora, — perchè dovette andare sino al campo di Carlo Alberto per chiedere un posto quale si fosse, e combattere? Non trovò per via gente armata che gli si offrisse? Ahi! Orlando era tornato, ma già si trovava ai primi disinganni. Dal campo fu mandato a Torino dove gli si disse d'andar a chiudersi in Venezia.... Nessuno indovinava in lui quel ch'egli era, neppure il governo provvisorio di Milano, dove tornava il 15 luglio, e dove alla fine gli erano dati i tremila volontari sparsi qua e là sino a Bergamo, con questo però che egli se li raccogliesse. Ma allora tutto già volgeva a male in Lombardia; Carlo Alberto si ritirava dal Mincio, gli Austriaci tornavano grossi, Milano ricadeva nelle loro mani; e a Garibaldi non rimaneva che la gloria di cader l'ultimo a Morazzone. E si narrò poi che il D'Aspre, il quale appunto a Morazzone lo aveva assaggiato, dicesse che l'uomo che avrebbe potuto essere utile all'Italia, nella guerra d'indipendenza del 1848, era stato disconosciuto.

Dunque tutto era una grande illusione? No! Roma chiamava, ed ei vi corse co' suoi di Montevideo. E anche là, quando la Giunta Suprema di Governo seppe che Egli giungeva, tremò. Pure dovette accoglierlo e se non altro illuderlo, mandandolo, a capo di bande armate a Macerata, a Rieti. Egli andò. Di là eletto deputato di Macerata alla Costituente, scese in Roma, il 5 febbraio, nell'assemblea ascoltò il discorso d'apertura del ministro Armellini, e di scatto s'alzò, proponendo che si proclamasse la Repubblica. Ecco il dittatore! E tutti lo temono, e pochi si fidano di quell'uomo così nuovo, così sicuro, così fatto per comandare.

Il 21 aprile quando si viene a sapere che partivano i francesi da Marsiglia per Civitavecchia, Egli era già molto sdegnato contro la patria, e se ne era confidato ad Anita, scrivendole da Anagni. Ma non dubitava dei suoi destini. E coi suoi milledugento armati, gli pareva d'essere invincibile. «Roma prende un aspetto imponente, Dio ci aiuterà.» E in Dio veramente credeva.

Sbarcano i diecimila francesi, con sedici cannoni da campo, sei da assedio. Sono amici, sono nemici? Venivano per restaurare il Papa. E allora cominciarono i forti giorni. E fu quel 30 aprile che rimase gloriosissimo nella storia dell'armi italiane. Ma cominciava anche la gran caccia di mezza Europa, contro Roma. Gli Austriaci passavano il Po, la Spagna imbarcava gente per l'Italia, il Borbone invadeva la Repubblica. Vero è che vi furono Palestrina e Velletri, bei nomi a ricordarsi, più che per le vittorie in sè, come primo colpo anticipato da lui al trono borbonico. E la poesia vi si fermerebbe a raccogliere il fior del sentimento, cantando che a certa ora del fatto d'arme, una compagnia di adolescenti salvò Garibaldi caduto, travolto dall'onda della cavalleria nemica.

E poi la ripresa degli assalti francesi il 3 giugno a tradimento; e villa Panfili, e San Pancrazio, e villa Corsini, e il Vascello, e le inaudite gesta d'uomini come Masina, Manara, Mellara, Dandolo, Bixio, Morosini, Mameli, Sacchi, Bassini e mille altri; e i 19 ufficiali morti i 32 feriti, e cinquanta gregari tra morti e feriti, e Lui che ai fuggenti sulla via della disperazione grida: «Voi sbagliate strada! il nemico non è qui!» Avevano letto l'Adelchi del Manzoni, o il Manzoni aveva indovinato che gli eroi parlano così.

Il gran dramma dell'assedio durò ventisei giorni di combattimenti, fino al 29 giugno. E quel giorno, quando l'assemblea chiamò Garibaldi nel proprio seno, egli, lasciate a malincuore le mura, corse e gridò ai rappresentanti del popolo che bisognava eleggere un Dittatore. Quanto a sè, dichiarò che altrimenti sarebbe uscito da Roma a tener alta dove che fosse la bandiera della patria fino all'estremo. Ma l'assemblea, pur dichiarando di volere stare al suo posto, deliberò di cessare la resistenza divenuta impossibile. Dunque anche in Roma, tutto era finito!

Ma non per lui. Prima che i Francesi entrino in Roma egli n'uscirà. Non vuol morire di quel dolore. E sul mezzodì del 2 luglio, raccolta sulla piazza del Vaticano la sua divisione, griderà quelle sue grandi parole: «Io esco da Roma; chi vuol continuare la guerra mi segua. Non offro nè gradi, nè stipendi, nè onori, ma fame, sete, marce forzate, battaglie, ferite e morte; per tenda il cielo, per letto la terra, e per testimonio Iddio.»

In tutte le sue biografie sono taciute le ultime parole di quel discorso: eppure le disse. Le ripetevano ancora, tra i Mille, alcuni veterani che le avevano intese.

La sera di quel giorno uscirono con lui tremila, da porta San Giovanni per la tiburtina, ben sapendo tra quali strette d'eserciti nemici andavano a porsi. Marciarono ventisette giorni, marciarono ventisette notti, sempre lì per dar negli agguati, sempre riuscendo a scansarli. Meravigliosa marcia che rivelò il Capitano, e più che il Capitano l'Uomo fatale: perchè grandissima cosa tra le grandi compiute in quella fuga da leone, egli non disperò un istante d'un mondo non ancora degno di lui, nemmeno in quel fiore di valorosi che avevano voluto seguirlo.

Il 31 luglio riparava in San Marino. Parevano rifiniti tutti quelli che non rimasti per via, s'erano rifugiati lassù. Egli no. Dice ancora ai Reggenti: «Che se i Tedeschi non lo attaccheranno, egli non li attaccherà.» Non è il sommo dell'ardimento?