Ma insofferente d'indugi, sdegnoso di scendere a patti con lo straniero; mentre gli Austriaci gli stringono il cerchio intorno fin sul territorio della piccola Repubblica, egli piglia la sua risoluzione. Anita è quasi morente ma non si lagna, con Lui le è vita ogni stento. E via di notte pei balzi dirotti del Titano, scende, passa tra le schiere nemiche, traversa la terra fedele di Romagna fino al mare, vi imbarca i dugento che potè condur seco; mèta Venezia.... Là si combatte ancora.

Ma, cade in quel giorno del 4 agosto l'episodio pietoso che tutti sanno. Dal mare gli tocca a ripigliar terra, inselvarsi con Anita, morente tra le braccia; solo, tra il mondo e Dio, la porta, la affida, non sa quasi bene se viva ancora o già morta, a chi potrà seppellirla. Egli deve sè all'Italia, e non può lasciarsi uccidere dai croati su quella povera morta. Fu forse il momento più amaro della sua vita. «Ma quando la disperazione starà per entrar nel tuo cuore, chiamami ed io sarò con te:» e al mondo, per far come egli fece in quell'ora, bisogna avere il cuore pieno di quelle voci che Dio mise nei grandi.

Salvato per una sequela di miracoli, sin che potè por piede in Piemonte, s'accorse che neppur lì poteva star più, sebbene in terra di libertà. Egli era venuto a riportare in Europa il tipo del cittadino guerriero, e pareva che non ci fosse più terra per lui. Peggio che Mario! Non fu incatenato come Prometeo, ma fu gettato alla solitudine tremenda dell'anima. E non sapevano che egli aveva in sè un mondo, in cui egli si moveva e sapeva vivere come in un imperio infinito.

Riprese la via dell'esilio, seppe cosa vuol dire non aver da sfamarsi, lavorò colle mani da semplice candelaio, alla fine potè riavere una nave e gli oceani. E nella solitudine del Pacifico, un giorno del 1854, gli avviene uno di quei fatti interiori, che paiono accidentali, ma che forse provano come a certi gradi di perfezione l'anima umana sia servita forse da sensi misteriosi che non sappiamo d'avere. Egli è in pieno Oceano Pacifico e sente in sè che a Nizza muore sua madre. Quella morte sentita così, gli mise la nostalgia della patria!

Rivedrà l'Italia in quello stesso anno 1854; non si sentirà più di staccarsene, ma per altro nessuno gli dirà più d'andar via. Il Cavour è alla testa del Piemonte, sa dove vuole andare il suo Re, e sa pure che per avere con sè la Nazione, il Re deve tener conto sopratutto di quel proscritto. Ebbene, se nessuno vieta più omai a Garibaldi il suolo del Piemonte, divenuto asilo di tutti i profughi, Garibaldi non vi si fermerà. Egli non è fatto per vivere tra gli uomini la vita d'ogni giorno. C'è là nel mar di Sardegna un'isoletta, ch'egli ha veduta sin dal '49; e là con un po' di terra da coltivare, una casetta da starvi ch'egli fabbricherà da sè, umile come quella di Montevideo, e la quiete e la speranza potrà aspettare. Aveva allora quarantasette anni, un'altra primavera d'Italia pareva vicina, ma che venisse presto finchè c'era ancora un resto di gioventù! Passarono gli anni: fu la guerra di Crimea e la spedizione piemontese, della quale forse neanch'egli capì gli intenti, perchè non uso a pigliar vie così traverse; ma l'atteggiamento del Piemonte, quel piantarsi di Vittorio Emanuele da Re italiano in faccia all'Austria, dovette por nel gran cuore del solitario generale la certezza d'una ripresa d'armi, come egli la vagheggiava.

E quando fu chiamato a dare il suo gran nome a quella Società Nazionale, che doveva raccoglier tutte le forze in un fascio, lo diede. Allora gli fu gridato che veniva meno alla parte repubblicana, cui tanto più doveva tenersi in quanto che egli era quel che era, perchè generale della Repubblica romana. Ma Garibaldi non si lasciò scuotere e stette. Fu quello uno dei fatti più eroici della sua vita. Sentimento e intelligenza delle cose patrie operarono allora in lui con piena armonia. Altri grande quanto lui ma sempre illuso lo biasimò, lo rampognò; ma egli stette, e il fatto fu uno dei più importanti di quel decennio, che la storia dovrebbe chiamare della saggezza.

E infatti il '59 parve una gran cosa riuscita, anche a coloro che neppure allora vollero riconoscere che il Generale aveva fatto bene. Certo, a vedere come anche a quella guerra il popolo italiano aveva dato poco di sè nell'azione, se non lo dissero, dovettero pensare che quei centotrentamila francesi non gli avrebbero potuti far venir essi a combattere a lato degli italiani del Piemonte. E come senza essi si sarebbe vinto l'Austria con duecentocinquantamila uomini e novecento cannoni, e le fortezze in Lombardia? Garibaldi stesso disse poi a Don Verità, l'antico suo salvatore del quarantanove, che senza Napoleone neppur quell'anno si sarebbe riusciti a nulla. Che importava se quel romantico imperatore s'era fermato a mezzo? Intanto egli aveva messa l'Austria a doversene star sulla sinistra del Po, a vedere quel che sarebbe avvenuto nella penisola, senza potersi muovere; aveva consacrata la dottrina del non intervento lanciata invano trent'anni innanzi dalla monarchia di luglio; e legate così le mani all'Austria: al resto, Garibaldi si sentiva di pensar lui. Certo non si lusingava che Napoleone non avesse un qualche giorno a violare egli stesso il non intervento: ma per allora quel principio valeva mi esercito vero per l'Italia contro l'Austria costretta a starsi sulla sinistra del Po a guardare.

Sfumato il disegno neo-guelfo d'una federazione italiana, risognato un istante da Napoleone III dopo Villafranca; concorde con lui l'Inghilterra nel non intervento, Prussia e Russia non inclinate ad aiutare l'Austria, se mai avesse voluto impedire le annessioni della Toscana, dell'Emilia e della Romagna, l'ora era buona per pensare al resto d'Italia.

Ma allora Napoleone mise il prezzo di Nizza a quelle annessioni, e il Cavour dovette cedere. Cedette forse troppo facilmente. Perciò il 12 aprile 1860 nella Camera dei deputati Garibaldi sorse a rampogne formidabili contro di lui. Pareva l'inizio di una guerra civile. Ma per buona sorte, la campana dei Francescani della Gancia in Palermo aveva sonato, otto giorni prima, a chiamar la Sicilia all'armi e l'Italia all'aiuto. Neppure per essere stato fatto quasi straniero all'Italia, Garibaldi, al grido della Sicilia, poteva star sordo. Neghi Achille il suo braccio per una prigioniera che gli è stata tolta, e rimanga pur grande quant'è in Omero; l'uomo moderno, se non sa sagrificar tutto sè stesso, eroe non è.

Di quei giorni, come gli amici di Orlando, che andavano in cerca di lui errante pel mondo, ecco in Torino il Bixio e il Crispi da Garibaldi. Gli parlano della Sicilia; l'unità d'Italia dipende da lui. Ed egli ascolta, s'accende, consente, e candido com'era ed aperto, va subito dal Re a chiedergli addirittura una brigata da menare in Sicilia. Voleva appunto quella comandata dal Sacchi, antico e caro suo portabandiera nella legione di Montevideo. Come deve esser rimasto Vittorio! Ora s'avverava ciò che egli aveva scritto poco prima a Francesco secondo: desse la libertà ai suoi popoli, si mettesse a far gareggiare il suo regno con quello di lui, chè se no, presto sarebbe tardi, e forse verrebbe adoperato il nome dei Savoia contro i Borboni, senza che egli potesse opporsi.