Re Vittorio non aderì alla richiesta di Garibaldi; ma il Cavour gli diede libertà di fare. Bastava. Garibaldi vola a Genova, il 20 aprile è nella villa Spinola divenuta quartier generale di quel mondo d'uomini politici e militari, che si era formato come uno Stato nello Stato; ivi riceve notizie, dà ordini, si prepara al gran lancio. Ma le notizie di Sicilia vengono, mutano ogni giorno, sempre più scoraggianti; il 27 aprile par tutto finito laggiù; si sapeva già l'eccidio di Carini, ora si dice che gli insorti battuti e dispersi tengono appena le montagne, anzi che si vanno sciogliendo. Cade l'animo a tutti. Ma al Bertani, al Bixio, al Crispi, no. Questi si stringono al generale, Bixio chiede, supplica, implora d'essere lasciato andare almeno lui.... Almeno lui! Può Garibaldi lasciar ad altri si grande impresa? Titubanze terribili. Pure il primo maggio, in uno di quei tempestosi colloqui, di scatto, come per rispondere a una voce misteriosa che doveva! avere in sè, Garibaldi balza a dire: «Partiamo, ma subito!» Era fatto così! E allora tutti a serrare le file. «Si va! si va!» Furono quelli i più bei giorni d'Italia!
Bisogneranno navi! Ci pensa Bixio; lasciate tare a lui, egli non conosce l'impossibilità. Quanto agli uomini, solo a chiamarli saranno pronti, fin troppi.
E la sera del 5 maggio, che era di quelle che allagano i cuori di dolcezza, le belle vie di Genova videro una gentilezza nuova di portamenti sin nei più rudi uomini del volgo. I facchini stessi del porto, sempre così aspri, parvero allora cavallereschi. Si sapeva da tutti chi erano e dove si avviavano quei giovani forestieri, che s'aggiravano per la città, e ognuno che v'era, certo sa ancora dire di qualche tratto cortese, ricevuto in quella sera che con Garibaldi partiva.
Appena fu notte, una eletta di quei giovani scende al porto. Entrano in certe barcacce, vogano a due vapori che stanno ancorati, montano, mettono le mani sui marinai, li costringono a stare zitti, ad accendere le macchine, a ubbidire in tutto. Pirati veri non avrebbero saputo far meglio. Sapevano che il Governo chiudeva gli occhi, ma da un istante all'altro poteva essere costretto ad aprirli; e allora? Momenti di ansia mortale. Bisognava far presto. Ma tutto veniva bene, Bixio metteva l'anima sua fin nelle cose, soffiandola con parole terribili, imprimendola con gesti che facevano tremare i cuori. I due vapori furono presi.
E intanto, da Porta Pila, erano usciti i Mille. S'accalcavano alla Foce, sfilavano oltre il Bisagno per la Via di Quarto; qualcuno ricordava che tre anni prima il Pisacane s'era partito di là, per un'impresa come quella che si iniziava; qualcuno salutò la Villa dove il Byron si era preparato al suo viaggio di Missolungi.
Alla Villa Spinola pareva una notte di festa. Gente di tutti i ceti vi si pigiava, confusa; v'erano delle donne, che piangevano d'esser donne; v'erano dei padri che v'avevano accompagnati i figli benedicendoli. Vi furono delle madri corse da lontano per tôrre via i loro cari da quel cimento; una, venuta fin dal Friuli, si udì pregar dal figlio di non obbligarlo a disubbidirle in un'ora così solenne. Ma tutta quella folla voleva veder Lui, Lui, in quel momento supremo. Ad ogni istante s'udiva una voce: «Eccolo!» No, era qualcuno che usciva dalla Villa a portar ordini chi sa dove. Eppure in quel fremito c'era una calma solenne. Verso le undici, come se davvero una corrente magnetica si fosse diffusa, fu sentito Lui.... Veniva fuori dal cancello della villa, in camicia rossa, con la sciabola sulla spalla a guisa di un arnese da agricoltore; traversò la via, passò per un rotto del muricciolo che vi fa riparo, e scese giù per gli scogli, nel piccolo seno già stipato di barche. La folla che aveva tenuto il respiro non osò mandare un grido, come avvertita da senso religioso di non turbare un mistero: e allora quasi nel silenzio, si ebbero il grande addio quelli che dovevano partire, sfilarono dietro Lui per quel rotto di muricciolo, entrarono muti nelle barche, presero il largo; già un po' al largo udirono una voce alta limpida, lieta, chiamar: «La Masa» e un'altra voce rispondere «Generale». Poi più nulla.
E tu ridevi, stella di Venere,
Stella d'Italia, stella di Cesare
Non mai primavera più sacra
D'animi italici illuminasti.