V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola, anch'egli avanzo di Roma, che aveva trentott'anni e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli avevano impresso le meditate sventure del paese. Ma, contrasto quasi d'arte, egli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi sembrati al Niccolini cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni, bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse una allodola in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno a lui sconosciuto.
E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più che segretario del Generale, ch'egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancor più sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il Crispi allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano, che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprire Garibaldi. C'erano il Griziotti pavese di trentott'anni, uomo di bella mente ma di cuore più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del Mantovano, che come l'Eroe dell'Enriade, andava tra quei che uccidono, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir simile a lui nell'anima, come gli somigliava già un po' nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar forse novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai sul colle di Calatafimi con la bandiera in pugno, nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai questo onore, che a chi gli dirà la tua morte, Garibaldi griderà se gli sembri quello il momento di annunziargli una pubblica sciagura! A quale età, dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un elogio funebre come quello? Era detto da lui, mentre si combatteva su quel colle per far l'unità d'Italia, o perderla forse per sempre.
Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori. Antico sacerdote, aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severità e la povertà dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido, ingegno poderoso, nel Quarantanove, con l'Ulloa napoletano, era stato ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in Parigi, aveva visto indignato, trionfare Napoleone III. E la vita gli si era fatta un gran lutto. Non aveva perdonato all'Imperatore il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scender nel Cinquantanove con centotrentamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico soldato della patria, s'era astenuto dal venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra stessa, com'era seguìta, gli aveva insegnato a non illudersi più. Ed era a quarantasette anni, era lì con quella sua faccia patita, incorniciata da una strana barba bionda, esile alquanto della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa di sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva il Turpino di quelle gesta.
Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant'anni, Achille Maiocchi milanese di trentanove e Giorgio Manin, figlio del gran Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta.
Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel sessagenario che a guardarlo nel viso pareva di leggere le poesie del Meli: seguiva il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni, gran repubblicano; ultimo v'era un giovane tenente dell'esercito piemontese, disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava Costantino Pagani.
E poi veniva il grosso del piccolo esercito; e qui siamo al secondo libro dell'Iliade:
Della turba...... io nè parole
Farò nè nome, che bastanti a questo
Non dieci lingue mi sarian nè dieci