Che di latte nudriti a lunga etade
Producono i lor dì.
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Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatrè, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, armati di carabine loro proprie, esercitati al tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.
Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto sopra i trent'anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio era per lui cosa tanto sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse.
Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso, che guardava sempre con certo piglio di rimprovero Garibaldi, perchè s'era lasciato tirar dalla parte del Re. Ma lo seguiva, e lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato, e poco appresso tediato della vita si uccise.
Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno; e tra tutti, quei quarantatrè dovevan pagare un gran tributo nel primo scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi furono feriti, ma la vittoria si dovette in parte alle loro infallibili carabine.
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Non s'avevan cavalli, nè c'era tempo di far una corsa nella vicina maremma per pigliarne al laccio un branco; ma le Guide furono ordinate lo stesso. Erano ventitrè. Le comandava il Missori, l'elegantissimo milanese, passato dal culto delle Grazie a quello della sciabola, ma da prode. Suo sergente era Francesco Nullo, il più bell'uomo della spedizione. E avevano compagni dei giovanetti come il conte Manci di Trento, che pareva una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro del 1821 col Santa Rosa, allora corso a quell'impresa con la baldanza d'un ragazzo, che fa la sua prima volata fuori della casa materna.
E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni d'Orbetello, e la colubrina levata da quel castelluccio, fu formata l'artiglieria alla cui testa fu messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero una cosa da celia, ma laggiù nell'isola fu poi vista a una prova da cui forse dipese la sorte della spedizione.