Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, e aveva seco uomini come Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, che parevano venuti per dire ai giovani: «Vedete? Eppure ciò non fa male!»

In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor Ripari cremonese, vecchio avanzo delle catene politiche dell'Austria e di Roma; e gli erano compagni il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia, valenti medici e grandi soldati. E poi di medici ve n'erano in tutte le compagnie, combattenti dei migliori, e da combattenti infermieri.


La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più che per metà composta d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava più d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati, e così contava quasi un centinaio di medici, un mezzo centinaio d'ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi, una donna: poi centinaia di commercianti, e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini nessuno. E non sarà inutile dire che una quarta parte di quegli uomini era d'età fra i trenta e i quarant'anni; che un altro bel numero erano tra i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano da venticinque a trenta; i più erano tra i diciotto e i venticinque. Il vecchissimo era un genovese nato nel 1791, che da giovinetto aveva militato sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo d'undici anni, menato seco dal proprio padre medico vicentino.

Non sarà inutile di aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini, istriani e delle altre provincie dell'Italia superiore, con forse un centinaio di siciliani e napoletani tornanti dall'esilio. Stranieri accorsi per amor d'Italia ve n'erano diciotto, uno dei quali africano, l'altro d'America ed era il figlio del Generale.

***

La sera dell'8 maggio Garibaldi rimbarcò la spedizione, e non per salpare ma per passar quella notte all'àncora nella rada. Temeva che il Ricasoli mandasse a fermarlo! La mattina del 9 i due vapori salpano, toccano Santo Stefano, vi stanno poco, poi via verso scirocco, navigano tutto quel giorno e la notte e quello appresso. A una certa ora del 10 il Piemonte lascia addietro il Lombardo, e va, va, va, finchè sparisce.

Ah! che nuova stretta per quei che navigavano sul Lombardo! Il Bixio in un momento che uno aveva osato mormorare contro di lui, mandò tutti a poppa, e gridò che il Generale gli aveva ordinato di sbarcarli in Sicilia, e che in Sicilia li avrebbe sbarcati, che là lo avrebbero appiccato, se così avessero osato, al primo albero che si sarebbe incontrato, ma in Sicilia giurava di sbarcarli. Parole che lasciavano il segno nell'aria come saette, e mettevano il fuoco nei petti e nelle teste. E quel Piemonte che se n'andava avanti da solo, s'era portato via i cuori. La sera non si vedeva più, e la malinconia era grande come l'ora del mare.

Ma verso la mezzanotte il Bixio che stava sul ponte del comando, vide e fremette. Una nave, a lumi spenti, sorgeva innanzi a lui come un'ombra; e pareva venisse.... Era la morte? Ah! non a lui si poteva correre addosso per colarlo a fondo! Egli era uomo da arrembaggio. Su! dà la sveglia, tutti si destano, le baionette s'innastano, ognuno sta pronto; e il timoniere badi, viri e via; ora a quella nave, va addosso il Bixio. Mancava poco a dar l'urto, e sarebbe stato tremendo. Senonchè, una voce gridò: «Capitan Bixio! Volete mandarmi a fondo?» «Oh! indietro, indietro alle macchine — grida Bixio — Generale, non vedevo i fanali!»

«Siamo nella crociera nemica», soggiunse tranquillo Garibaldi. I cuori s'apersero, Garibaldi, il Signor del mare, in quell'incontro salvava tutti.