Trombe in testa, partirono. E va, va, va come nelle novelle; fatti due o tre chilometri tra vigneti, la colonna marciò poi tutta la prima giornata sotto quel sole che pareva colasse piombo, per un deserto senz'acqua, senz'alberi, senza coltura. Non videro un villaggio, non un ciuffo di case, nulla, tranne qualche branco di cavalli e qualche capanna che mettevano lo sgomento della vita in quelle solitudini sterminate. Ma verso il tramonto, apparve un gran casone su d'un poggio. Pagina da Cervantes. Forse la fata morgana? Era il feudo di Rampagallo. Allora la parola feudo rivelò tutta una storia. Chi la aveva mai intesa dire con sotto agli occhi la cosa vera? Lì dunque era il medioevo ancora in azione? Fu un senso di sgomento. Accamparono intorno. E nel crepuscolo alcuni ufficiali, che stavano aggruppati a discorrere sulla gran porta dell'immenso cortile di quel casone, udirono uno mettere nei loro discorsi la nota veridica. «Avete badato a quel deserto tutt'oggi? Si direbbe che siam venuti per aiutare i Siciliani a liberar la terra dall'ozio!» Era un uomo gigantesco, forse di trentacinque anni, si chiamava Rainero Taddei, era ingegnere. La sorte gli serbava la gloria di morire sei anni dopo, tenente colonnello a Custoza; ma per lui il posto da invecchiarvi lavorando, sarebbe stato là in quel feudo di Rampagallo, per morirvi dopo aver fatto fiorire tutto quell'immenso deserto, sul quale quella sera disse la verità dolorosa.
La notte furono visti i primi insorti Picciotti: una cinquantina. Venivano a raggiungere il Generale, condotti dai baroni Sant'Anna e Mocarta. Vestivano di pelli di capra come fauni, erano armati di fucili da caccia che chiamavano scoppette, qualcuno aveva le pistole alla cintola e il pugnale. Le loro facce erano fiere, ma a trovarsi tra quelle compagnie giunte d'oltremare, come i conquistatori delle loro leggende, parevano trasognati. Garibaldi li accolse, li incantò subito, li tenne seco. Erano pur pochi, ma insomma riconoscevano in lui il Duce e la rivoluzione unitaria.
Il giorno appresso a Salemi, dove i Mille giunsero sul mezzodì, fu ben altro. Tutte le campane sonavano a gloria, tutta la popolazione veniva loro incontro fuori di sè. E quando apparve il Generale fu addirittura un delirio; v'erano già le squadre di Monte San Giuliano, forse un migliaio di altri picciotti, e si dicevano cose meravigliose di altre squadre in cammino dalle terre intorno che venivano a Lui. Ma ahi quanti poveri, quante mani tese a mendicare, quanto squallore! A Salemi, su quel cocuzzolo di monte, egli si proclamò Dittatore per la libertà.
Spese lassù due giorni a far dare l'ultimo assetto alle compagnie. E all'alba del 15 queste scendevano da Salemi, già avvisate che a nove o dieci miglia di là, si sarebbero trovate in faccia al nemico. E marciavano gioconde per la via consolare fino al villaggio di Vita, da dove la gente fuggiva gridando loro: «Meschini! meschini!»
Era ancora sgomenta dagli eccidi del Quarantanove! E si capì cosa volesse dire quel compianto, perchè apparvero subito le guide garibaldine, che tornavano in dietro di mezzo trotto, recando che di là dal colle il nemico era in posizione, e ben grosso.
Sereno, lieto, quasi giovane, giunse allora Garibaldi. Poche parole, uno squillo, le compagnie furono mosse su per una collina brulla, s'arrampicarono, giunsero in cima, e di lassù videro l'altra collina in faccia balenar d'armi.
Ora dunque era il momento di trar le sorti. E forse Garibaldi sperò che, a quel primo incontro, i Napoletani pigliassero chi sa quale risoluzione che facesse risparmiare il sangue, perchè stette a guardarli a lungo, circondato dal Türr, dal Sirtori, dal Tuköry? O lo sperò quando disse di portar nel punto più alto la bandiera tricolore e di farla sventolare? Insomma volle essere l'assalito, egli che pur era disceso nell'isola da assalitore! Quella, a sentir bene, era guerra civile.
Ma verso il tocco e mezzo, il comandante napoletano mosse i suoi cacciatori giù per il pendio delle sue posizioni. Discesero questi a catene, snelli nelle loro divise turchine, furono presto nel piano che stava fra i due colli, e dal basso in su cominciarono i loro fuochi. «Non rispondete! non rispondete!» gridavano i capitani ai Garibaldini; e in verità facevano bene, perchè le venti cartucce ch'erano state date a ogni milite se ne sarebbero presto andate; così per parecchio, quei militi stettero freddi e immobili al fuoco; cosa da veterani.
Ma poi s'udirono alcuni colpi dei carabinieri genovesi, fu sonata la diana, e il passo di corsa; sonava il trombettiere del Generale.
Le compagnie si levarono, si serrarono, poi si apersero e precipitarono giù larghe in un lampo. Pioveva su di esse il piombo come gragnuola, e rombò anche la mitraglia; esse traversarono agilissime quel tratto piano sin a piè delle posizioni dei Napoletani. E pareva che sarebbero volate su come stormi di falchi; però quando furono a salire e guardarono in su, capirono che la giornata voleva essere sanguinosa. Il terreno era erto, l'erta fatta a terrazzi, i terrazzi parecchi: e a ogni terrazzo una schiera nemica che faceva fuochi di battaglione.