I tecnici della guerra, pensano che Garibaldi abbia osato troppo andando a mettersi nel caso di dover accettare il combattimento, in condizioni sfavorevolissime pel numero e per le forti posizioni del nemico. Certo osò molto! Ma l'indugio a cercar la battaglia, e lì la più sapiente manovra per la più bella delle ritirate sarebbero stati senz'altro la sconfitta. Egli era come un gladiatore nel Circo; sentiva che egli e i suoi, poichè erano venuti d'oltremare per questo, lì sotto gli occhi delle squadre siciliane, e della gente che si vedeva gremita sulle alture intorno, come sui gradini di un anfiteatro, dovevano affermarsi coll'azione pronta quali che fossero i rischi; altro non era concesso che il cimentarsi, fossero anche stati i nemici dieci volte più forti: scansando egli il combattimento, l'anima siciliana non avrebbe più compresi nè quegli uomini per essa meravigliosi, nè Lui.

E questo, come se il Generale avesse una virtù comunicativa sovrumana, questo fu sentito da tutti i suoi, anche dai meno esperti. Laonde più che condotti, conducendosi ognuno da sè, presto le compagnie si ruppero, i militi si mescolarono, non vi furono più unità tattiche, ma gruppi, manipoli, branchi di assalitori, che investivano alla baionetta le schiere nemiche, le fugavano, si piantavano al loro posto per tornar ad investirle sul secondo di quei terrazzi, e poi sul terzo, e poi sul quarto, sin che quelle si ridussero tutte insieme sulla cima del colle, e vi si serrarono più dense e più forti. Allora parve impossibile di poterle ancora affrontare. E a guardare in giù i già morti e i feriti, che strage!

Mirabile a dirsi, il Sirtori era giunto sul suo gramo cavalluccio fin lassù, e sulla sua faccia pallida pareva espresso il desiderio di morire per tutti, giacchè l'ora era omai disperata.

Ma Garibaldi, a piedi, seguìto dal Bixio a cavallo, che non lo lasciò quasi mai (come se venendo la rotta pensasse di pigliarselo su e fare il miracolo di salvarlo all'Italia), Garibaldi s'aggirava tra le file raccolte intorno al ciglio della vetta su cui i Regi urlavano «Viva» al loro lontano Re. E incorava con la sua parola tranquilla. «Riposate, figliuoli, riposate un altro poco, poi ancora uno sforzo e sarà finita.» Però vi fu chi gli vide negli occhi le lagrime.

Infatti c'era da temere che alla fine con un contrassalto improvviso, i Regi si precipitassero su quella siepe di vivi, che si era fatta intorno a quell'ultimo ciglio. Davvero bisognava finirla! E a un tratto s'udì gridare: «La bandiera è in pericolo!» E una bandiera fu vista portata avanti ondeggiare un poco, in una mischia che le si fece intorno stretta e terribile, poi sparire. In quel momento, fu ripreso su tutta la fronte l'assalto, l'ultimo, concorde, violento, furioso; s'udì l'ultimo colpo di un cannone che fu scaricato dai napoletani mentre alcuni garibaldini vi erano già alla bocca; poi i Regi in rotta rovinarono via per l'altro declivio del colle, e se n'andarono protetti dai fuochi in ritirata dei loro mirabili cacciatori.

Su quel colle, in quell'ora vespertina, in quella solitudine dell'isola, che dava a quei soldati il senso di esser fuori del mondo, l'unità d'Italia era moralmente fondata. Ora la Sicilia poteva osar tutto, il primo atto del dramma era già la catastrofe dei Borboni.

Ma se i Regi avessero vinto? S'accapriccia il cuore, a immaginare Garibaldi rotto, i suoi a squadre a gruppi, a branchi, inseguiti, messi in caccia, uccisi per tutta quella terra; gli ultimi, ad uno ad uno, chi qua, chi là, scannati come fiere, fin sulle rive del mare, e la testa del Generale portata a Napoli chi sa da chi, che se la potesse guardare e finisse di tremare quel Re. Oh, questo poteva avvenire! In quel primo fatto d'armi, i Regi non avrebbero dato quartiere. E aveva veduto ben giusto Garibaldi, quando nel momento che la lotta pareva più disperata, avendo Bixio osato dirgli: «Generale, temo che bisognerà ritirarsi» egli aveva risposto con calma solenne: «Ma che dite mai, Nino? Qua si fa l'Italia, o si muore!»

Invece il giorno appresso, tutto era gioia, e suonò il grand'ordine del giorno: «Soldati della libertà italiana, con compagni come voi posso tentare ogni cosa!» Parlava la verità; perchè di quei compagni trentuno erano rimasti morti sul campo, centottantadue giacevano feriti; e perchè egli nel fatto d'arme, avviato che fu il combattimento, aveva lasciato libero all'azione quel sentimento dell'assoluta necessità di vincere creato da lui, dalle circostanze, dalla coscienza di ciascuno dei suoi soldati, e perchè aveva diretto tutto col cuore.

Tre giorni appresso, i Mille salutavano già, dal passo di Renda, Palermo, immensa, laggiù sul mare coperto da navi da guerra di tutta Europa. Pareva loro di uscir da un mondo antichissimo, eppure non erano passati che quattordici giorni dalla partenza da Quarto!

Nel campo di Renda, Garibaldi mise tutta l'arte sua: sfoggio di lavori da zappatori, avanzate, ritirate, scaramucce. E quando fu ben certo d'aver piantato nei difensori di Palermo l'idea che ei volesse tentarne l'assalto dalla parte di Monreale; improvvisamente, la sera del 21 maggio, che diede una notte tempestosa, levò il campo; e per monti senza vie, incamminò i suoi a una marcia notturna, che gli rimase nella memoria come uno dei suoi prodigi.