All'alba del 22 è al Parco e vi si accova, vi sta un giorno senza che il nemico sappia dov'è; la Sicilia non dava spie. Il 23 è scoperto: la mattina del 24, una colonna lunghissima uscita da Palermo viene a trovarlo. Ora il suo disegno comincia a colorirsi. Finge la ritirata, quasi la fuga, verso l'interno dell'isola, vola a Piana dei Greci, tirandosi dietro quella colonna: sul tramonto del giorno fugge di nuovo da Piana, mentre l'avanguardia nemica crede di averlo già per i capelli; fugge ancora con l'artiglieria in testa, per la strada di Corleone. Ma fattasi la notte, lascia andar l'artiglieria sola senza altro ordine che di fuggir sempre, e si pianta in una boscaglia poco fuori dello stradale. Ivi ha la gioia di sentir quella colonna borbonica passar nella notte, allontanarsi illusa d'andar dietro di lui. Andasse pure! tanta forza nemica di meno egli avrebbe trovata a Palermo.
Il mattino appresso alla punta dell'alba, Garibaldi è già via da quella boscaglia. Con una marcia rapida a sinistra, sale a Marineo, la sera è a Misilmeri, il giorno appresso a Gibilrossa, nel campo dei picciotti del La Masa, e di là rivede la capitale.
Quel giorno, lassù a Gibilrossa, furono a visitarlo alcuni ufficiali della marineria inglese. Cosa gli portavano? «Eh già! si diceva tra le compagnie, gl'Inglesi ci aiuteranno a staccar la Sicilia da Napoli, così che al Borbone sembri grazia conservarsi il continente. Poi se la piglieranno, e Napoleone si piglierà la Sardegna, e l'Austria si terrà la Venezia, e l'unità d'Italia con Roma rimarrà un sogno. Passeranno gli anni, moriranno Mazzini e Garibaldi e gli altri, e dell'unità italiana e di Roma non si parlerà più.» E chi vorrebbe giurare adesso che allora le cose non si potessero risolvere in questo misero modo? Tuttavia quegli Inglesi, ospiti graditi, girarono fra le compagnie, sparsero la notizia che ai Mille era stato dato da Napoli il nome di Filibustieri; che il Governo borbonico aveva spacciato pel mondo d'averli vinti a Calatafimi, vinti al Parco, vinti sempre, e che in Palermo il Vicerè aveva pubblicato la rotta e la fuga di Garibaldi.
Quella stessa sera si udì pel campo che Garibaldi aveva detto: «Stanotte a Palermo.»
E come fu notte, il campo si mosse a scender dalla montagna, giù per un sentiero quasi appena tracciato di balza in balza.
Stavano alla testa una parte dei Mille, prima le Guide e poi i Carabinieri genovesi, poi parte delle squadre del La Masa, appresso il gruppo dei Mille, e in coda tutta la moltitudine armata di picche o di che che si fosse.
L'ordine era di marciar in silenzio, serrati, per giungere di sorpresa sul nemico che bivaccava fuori le porte, e di non rispondere al fuoco, ma investire alla baionetta, rompere, entrare nella città.
Ah, se tutto fosse stato fatto a puntino! i Regi del Ponte dell'Ammiraglio sarebber stati colti nel sonno, e la colonna, passando sui loro corpi, entrava in Palermo di colpo. Ma i Picciotti con le loro grida diedero troppo presto l'allarme. Pur non ostante quel guaio, non ostante la resistenza ben fiera che opposero i Regi del Ponte, l'impeto dell'assalto fu tale che in breve ora Garibaldi era nel cuore della città, sulla piazza Bologni.
Allora tuonò la prima campana a stormo, e poi altre ed altre; la città si svegliava. Era la domenica di Pentecoste, ma per Palermo la Pasqua di Resurrezione.
Cominciò quel mattino la bufera infernale, che, scatenata sulla gran città, doveva durare tre giorni. I Mille e le squadre si sparsero per le vie, marciarono al centro della città, e dal centro, qua combattendo, là senza trovar difese, si allargarono poi alla periferia di essa. E così si chiusero entro il cerchio di fuoco che i Regi fecero loro intorno dalle caserme, dal Palazzo Reale, dai bastioni, dalle fortezze; e Castellamare cominciò a lanciar bombe. Potevano i Regi irrompere improvvisi da tutte le parti al centro e opprimere tutto, a un tratto; ma nel pomeriggio principiarono le barricate cui si lavorava persin dalle donne. Fu presto un vero furore. Al secondo giorno si vedeva già che in Palermo non sarebbe rientrato il nemico per molto che fosse, senza averne fatto un mucchio di rovine. Cadevano case intere sotto le bombe, cadevano per gli incendi; l'ira del popolo cresceva, non s'udiva gridar altro che guerra e morte e viva Santa Rosalia. Al terzo giorno tutta la città era nelle vie; le case rovinate non si contavano più; si parlava di cittadini sepolti a centinaia, e si diffondeva un entusiasmo cupo e fanatico di morire.