Nel pomeriggio di quel terzo giorno, corse voce che Garibaldi era andato sull'ammiraglia inglese, a un parlamento che i borbonici gli avevano chiesto. «Oh Dio! cos'ha mai fatto! — diceva la gente — e se lo pigliassero a tradimento?»

Era una grande angoscia. Ma fu sublime il popolo, sublime lui, quando, tornato da quel suo passo, s'affacciò a un balcone del Palazzo pretorio, e a quel mondo, fuso come in un sol essere sulla piazza, gridò: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che credetti ingiuriose per te, o popolo di Palermo, ed io, sapendoti pronto a farti seppellire sotto le rovine della tua città, le ho rifiutate!» Non vi è lingua che abbia la parola degna d'esprimere il grido di quel momento. Dovettero arricciarsi i capelli anche a Lui; e forse egli si sentì divino, al suo apogeo, guardando sotto di sè quella moltitudine innumerevole di genti, che si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro raggianti, le donne più ancor degli uomini, gridando a Lui: «Grazie! grazie!» Eppure aveva annunziato il loro sterminio!

Ma la sera stessa di quel gran giorno, il suo cuore, sempre così sicuro, si turbò. Gli era venuta notizia dello sbarco di nuove milizie borboniche. Ancora pieno di quell'incendio d'anime destato da lui, forse ebbe pietà della tanta gente che il giorno appresso sarebbe morta; pietà di Palermo che si era abbandonata a lui, gridandogli che la facesse pur perire, piuttosto che lasciarla al tiranno. Studi il fenomeno chi indaga l'anima dell'individuo ne' suoi rapporti coll'anima delle moltitudini: il fatto è che egli dalla piazza del Palazzo Pretorio mandò al bastione di Porta Montalto un ordine che fece tremare chi lo portò e chi lo lesse; tremare per lui che parve d'un tratto impicciolito. Per fortuna la notizia delle nuove truppe borboniche era falsa, e di quell'ordine tacquero quanti lo conobbero, anzi si rimordevano di posseder quel segreto. Ma che sorpresa per tutti, e come dovette parer sublime Garibaldi a quanti di loro erano ancor vivi trent'anni di poi, quando lessero nelle sue memorie confessata candidamente quella sua ora di scoramento! Egli aveva pensato nientemeno che d'andarsene dalla città coi suoi avanzi di Mille! Altri eroi, forse Napoleone stesso, avrebbero fatto sparire chi d'un momento simile di loro debolezza avesse avuto soltanto il sospetto. Ma Garibaldi adorava la verità, e della gloria, intesa come si suole, non aveva concetto.

Il quarto giorno dacchè Palermo combatteva, il Generale in capo borbonico, disperato di vincere, chiese a Garibaldi un armistizio. Garibaldi lo concesse, e per lui voleva dir aver vinto. E dieci giorni appresso, ventimila borbonici sfilavano a imbarcarsi, portando via nel cuore, per andare a diffonderla in tutto il Regno, la certezza che contro Garibaldi non era più possibile vincere. Intanto nell'anima siciliana fioriva la fantasia dell'Angelo che nelle battaglie riparava i colpi a Lui, Santo e parente di Santa Rosalia, nato da un demonio e da una Santa. E così si diceva nei salotti, dove le gentildonne domandavano agli ospiti venuti di oltremare se avessero mai visto quell'Angelo: e così si diceva dal popolo, e si cantava e si credeva. Chi vide quei momenti deve essersi formato l'idea di come sian sorte certe religioni nel mondo.

Così dalla partenza da Quarto erano passati trentacinque giorni. La traversata coi suoi tedi, con le sue allegrezze e co' suoi terrori, lo sbarco prodigioso, le marce traverso l'isola, proprio quasi ancor immersa nel Medio evo, dove uno poteva sentirsi nel suo clima storico e credersi bizantino, saraceno, normanno, qual che volesse; quell'andar applauditi tra le genti, ma sempre soli e quasi soli con Lui, come una tribù errante in cerca d'un mondo ideale; i bei fatti d'arme, le ritirate, i ritorni e la entrata inverosimile in Palermo e la vittoria finale più inverosimile ancora, furono il meraviglioso dell'epopea garibaldina, e già fin dallo stesso momento che finiva pareva una cosa antica quasi sognata, anche a chi l'aveva vissuta.

Poi l'epopea cedette alla storia.

.... E Dante dice a Virgilio:

«Mai non pensammo forma più nobile

D'eroe.» Dico Livio, e sorride,

«È de la storia, o poeti.»