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Ora la Sicilia era aperta a chi vi volesse accorrere. L'Italia superiore e la centrale, mandavano il Medici, il Cosenz, il Corte con le loro brigate di volontari. La guerra continuava con tutte le migliori regole della sua arte, e Milazzo fu una battaglia quasi classica; ma il maraviglioso lo metteva sempre e per tutto Lui.

Appunto a Milazzo, in un momento assai dubbioso, mentre egli si trova a piedi tra poche Guide che gli fanno scorta, gli rovina addosso una furia di lancieri napoletani. Urta il Capitano borbonico su di lui calando un fendente da dividerlo in due; ma Garibaldi, senza scomporsi, para il colpo come dicesse: «Che vuol costui?» e parando, uccide. Il Missori, lo Statella che sparano ripetuti colpi di rivoltella come se avessero in pugno il fulmine, sgombrano il terreno intorno da quei lancieri atterriti, forse ancora ignari di quella sorta d'armi. Ed egli, come se quella tragedia non fosse sua, e perchè era crucciato di non trovar un'altura da dove si potesse guardare nella battaglia, vista in mare la sola nave della sua marineria cui aveva fatto dare il nome di «Tuköry», vi corre, voga là, giunge, sale come un mozzo sulla gabbia di maestra, guarda, vede, rivola a terra, dà ordini, e due ore appresso la battaglia è vinta. Ma allora lo secondavano e lo interpretavano uomini come il Medici e il Cosenz, ufficiali superiori come il Malenchini, il Migliavacca, il Guerzoni; e gli ufficiali minori menavano nella battaglia militi, ai quali i tempi e la parola del Mazzini e l'opera di lui avevano messo nel sangue che tra le cose gentili e forti, il morir per la patria era la più gentile e forte di tutte.

Per la vittoria di Milazzo la Sicilia si poteva dir libera; e già l'occhio di Garibaldi era sullo Stretto, sulla Calabria, di là. Ora si sarebbe visto! Dieci fregate, cinque corvette a vapore, due vascelli e quattro fregate a vela e molti legni minori, tutta la marineria borbonica poteva serrarsi nello Stretto. Da Scilla a Reggio stavano dodicimila soldati tra le fortezze, e in Calabria e oltre fino a Napoli ne campeggiavano ancora ben centomila. Non bastava. Nell'ora grave si faceva addosso a Garibaldi la diplomazia, gli si voleva tôrre la Sicilia annettendola subito al Regno di Vittorio Emanuele; e Vittorio stesso gli mandava per un suo fido una lettera in cui lo esortava a non proseguir nell'impresa. Egli lesse, e rispose che al termine della sua missione avrebbe deposto ai piedi di Sua Maestà l'autorità che le circostanze gli avevano data, e ch'avrebbe ubbidito poi, pel resto della sua vita.

Intanto le brigate che avevano combattuto a Milazzo e le divisioni di Türr e di Bixio che avevano girato largo nell'isola, marciavano a posarsi tra Catania e Messina.

E allora egli si pianta alla Torre del Faro. Lì incomincia il maraviglioso. Fa armar coi cannoni di Milazzo quel promontorio di sabbie, raccoglie là intorno un centinaio di barche, e la notte dell'8 di agosto fa tentar il passaggio dal Musolino calabrese, cui dà compagni Missori, il più elegante dei suoi cavalieri, e Alberto Mario, il più gentile e altero de' suoi pensatori. Passarono quegli audaci, e poterono toccar l'altra sponda, tentarono di sorprendere il fortino Cavallo ma vi fallirono, e dovettero rifugiarsi in alto dov'è Aspromonte, nome d'altri luoghi allora vago nelle epopee cavalleresche, ma che, come se fosse predestinato, doveva entrare tragico nella storia, due anni appresso. Bisognava aiutarli. La notte dell'11 il Dittatore fece passare quattrocento uomini su di una flottiglia di barche. Le conduceva il Castiglia.

Vogarono nelle tenebre. A mezzo il Canale, furono scoperte e cannoneggiate dalla Fulminante e dal Fieramosca che ivi incrociavano, e dovettero tornar al Faro. Ciò per Garibaldi non volle dir nulla. Egli non presumeva certo di conquistar la costa della Calabria con sì poche braccia; ma quello cui mirava gli seguiva, perchè con quei tentativi e col tutto insieme delle mostre che faceva dal Faro a Messina, metteva nella mente del nemico e vi fissava l'idea folle, che lì proprio, tra il Faro e Scilla, ei volesse trovar il punto al gran passo. E lo credevano già anche i suoi. Senonchè la notte del 12 agosto egli disparve. Lo indovinarono il mattino appresso tutti gli accampamenti garibaldini; sentirono che egli non c'era più, perchè parve mancasse qualcosa nell'aria che ivi si respirava.

Dov'era? Già di là in Calabria? O era andato a Torino a parlar con Vittorio? Mistero! Ma egli era già in Sardegna, nel Golfo degli Aranci; v'aveva presi e fatti suoi, proprio da Dittatore, gli ottomila volontari che il Bertani, il Nicotera e il Pianciani v'avevano raccolti per gettarli nel Pontificio. E di là, data un'occhiata alla sua casetta di Caprera, li imbarcò e se li condusse a Palermo. Indi girata l'isola torno torno sino a capo Passaro e a Taormina, la notte del diciannove vi pigliò Bixio con i suoi, tagliò il Jonio, afferrò Melito tra Spartivento e Capo dell'Armi, sì gettò a terra con quattromila camicie rosse, e allora, giungessero pure le navi borboniche; anzi, eccole lì! Giungono l'Aquila e la Fulminante! Si sfoghino a bombardare il vapore Torino, ma la sorte di Napoli ora l'ha in mano Lui.

Rapido come vento, assale Reggio all'alba del 21 e se la piglia. Manda al Cosenz che passi dal Faro a Scilla, e Cosenz, come se l'ordine fosse incanto, passa lo Stretto nella notte tra il 21 e il 22! Così i generali borbonici Briganti e Melendezi co' loro 9000 soldati, chiusi tra i Garibaldini, il mare e i monti, dovettero mettere giù le armi o perire. E si arrendono. Ma che fare di quei prigionieri? Garibaldi spira su di essi una sola parola: se ne vadano alle loro case, per ora non sono più soldati di nessuno.

Allora cominciò lo sfacelo dei Regi, la guerra divenne una marcia militare di un esercito che s'avanzava e di uno che indietreggiava o fuggiva. E quali memorie a ogni passo! Ah! qui all'Angitola erano stati spenti i Musolino come i Fabi a Cremera. Qui avevano combattuto Domenico Romeo e i suoi: qui ecco il Pizzo, povero Murat! ecco il vallo di Crati, divini i Bandiera! Presto si vedrà la terra che bevve il sangue di Pisacane.