Cede il generale Vial a Monteleone, dove, se il povero Francesco II avesse avuto un po' di cuore da soldato, sarebbe corso da Napoli per morirvi, o in quel passo terribile far morire chi voleva scoronarlo. Cede il generale Ghio a Soveria Manelli, dove alla sola apparizione di Garibaldi sfuma via come nebbia una divisione. Il Dittatore andava avanti ormai da sè. Le sue divisioni camminavano ancora a gran giornate per la Calabria, ed egli era già in quel di Salerno. Che faranno i 40,000 Borbonici che campeggiano là tra Salerno e Avellino? Si scioglieranno da sè anch'essi! Era fatale. La gran figura del Dittatore pare spiri innanzi a sè un vento che tutto sperde. E il 5 settembre in Napoli, anche Francesco II deliberava la ritirata oltre il Volturno, dando le poste per colà a tutti i fedeli piccoli e grandi. Il giorno appresso quel misero Re, con la superba e bellissima Regina s'imbarcavano per Gaeta sulla Partenope, scortati da due navi da guerra spagnole, perchè della flotta napoletana nessun altro legno volle seguirli.
Ora Garibaldi è alle porte. Da Vietri per la strada ferrata a Salerno e a Napoli, al mezzodì del 7 con il Bertani, il Cosenz, il Nullo, e due ufficiali, scende alla stazione, ricevuto dal ministro del Re di ieri. Monta in carrozza e via, al tocco, senz'altra scorta che quei suoi cinque, entra nella città, tra la folla che proprio fuori di sè dalla gioia stipa le vie. Passa dinanzi al forte di Castelnuovo, da dove la sentinella borbonica col picchetto di guardia gli presenta le armi. Oh se quei soldati, avessero osato far fuoco su quella carrozza, ed Egli fosse rimasto morto! Chi appende a fili così tenui le sorti delle genti? Si cura Iddio delle cose nostre, o dà talora a certi uomini qualche suo attributo? E la storia, superba, come si troverebbe a rispondere a chi la interrogasse così? Garibaldi era un'idea, l'incantatore passò, e il plebiscito vero che si fece poi, era già fatto idealmente quel giorno.
Ora non alla Reggia egli va, ma al Palazzo del Governo, e vi si mette da padrone: e di lì, tre ore appresso, decreta che la flotta napoletana passi all'Ammiraglio di Vittorio Emanuele. Era troppo! E troppo avrebbe poi dovuto la Monarchia a Garibaldi. Gli uomini che ne facevano la politica, tra grandi e piccini, lo sentirono tutti.
E perchè Garibaldi aveva osato, bisognava loro osare come lui: onde da Torino alle grandi cose di Napoli rispondeva com'eco la deliberazione di entrar nelle Marche e nell'Umbria, con un esercito del Re. Allora il Cavour trasse il dado.
Avvenisse ciò che potesse, rompesse pur l'Austria dal quadrilatero; alla disperata, nel nome di Garibaldi e di Mazzini, il Cavour era uomo da incendiar mezza Europa.
E l'osare fu premiato, perchè di quei giorni Russia e Prussia in un convegno a Varsavia accettavano anch'esse la politica del non intervento bandita da Napoleone e dall'Inghilterra: il mondo intero pareva convinto ormai che un popolo da cui venivano date prove così alte di vita non era più quello cui la Santa Alleanza aveva messo l'Austria sul petto.
Ma dunque entrato Garibaldi in Napoli, l'epopea finiva con la sua glorificazione? Oh, no! La fine lieta non conveniva a un poema così novo e grande come era il suo; perchè le imprese dei grandi sono veramente epiche solo a condizione che essi nel chiuderle se ne vadano avvolti in un velo di alta mestizia! E poi c'erano ancora sulla destra del Volturno quarantamila soldati di Re Francesco.
***
Cinque giorni dopo l'entrata trionfale in Napoli, il Dittatore, di sulle navi che gliele portavano frettolose dalla Calabria, pigliava le sue divisioni, non lasciava loro godere neppur la vista della gran città, le lanciava a Caserta, a Santa Maria, dove correva egli stesso, e le piantava sulla sinistra del Volturno, per un semicerchio di venti chilometri. C'erano ventimila soldati ch'ei poneva di fronte a quarantamila, sostenuti da una fortezza come Capua, assetati di vendette, ebri di promesse per quando avessero rimesso in Napoli il Re.
Bisognava stare ben desti e ben pronti!