Sul Volturno i due eserciti passavano il settembre in preparativi, tastandosi talvolta fieramente qua e là. Ma il Dittatore sentiva che l'ora tragica s'appressava. Dalla sua specola di Monte Sant'Angelo, vedeva tutto, indovinava tutto ciò che si faceva nel campo nemico. Alla fine «Fate buona guardia» disse ai suoi luogotenenti, «domattina saremo attaccati.» E all'alba del 1º ottobre furono attaccati davvero.

La narrazione della battaglia che pigliò nome dal Volturno fu scritta e subito e poi, e se ne scrive e se ne scriverà ancora. Ma a misura che le vanità se ne vanno, quella battaglia ingrandisce nella verità, e rivela come uno dei sommi capitani, colui che alle cinque pomeridiane, mentre si combatteva ancora, potè telegrafare a Napoli «Vittoria su tutta la linea.» E, disse vero il Guerzoni, fu vittoria piena, compiuta, gloriosa, e checchè altri abbia novellato, tutta dell'armi volontarie, tutta garibaldina; fu una delle più grosse battaglie che l'armi italiane abbiano combattuto. Ora l'esercito regio era vinto, ricacciato di là dal Volturno con l'animo rotto, perduto.

Tuttavia bisognava tenerlo in rispetto, e così cominciò l'assedio di Capua! Non era cosa da Garibaldi star a tracciar parallele, scavar trincee, piantar delle batterie dinnanzi a una città fortificata con entro un popolo di vecchi, di donne, di bambini a patire. Pur bisognava star lì, aspettando che la fortezza si rendesse da sè. E furono giorni lunghi fastidiosi, crudeli. E già tra i volontari si facevano dei discorsi cupi. Perchè verrà qui l'esercito del Re vittorioso nelle Marche e nell'Umbria? Verrà da amico o da soverchiatore? Bisogna pur dire la verità: entrava negli animi una grande malinconia. Solo Garibaldi rasserenava tutti, quando si faceva vedere. E un giorno si seppe che il colonnello dell'artiglieria sua gli aveva chiesto di lasciargli lanciar su Capua alcune bombe, perchè il comandante della fortezza potesse rendersi senza perder l'onore. «Griziotti, no! — si diceva avesse risposto Garibaldi. — Se un fanciullo, una donna, un vecchio, morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei più pace.» E Griziotti: «Ma i nostri giovani si consumano di febbri, i battaglioni si assottigliano, muoiono.» E Garibaldi a lui: «Ci siam venuti anche a morire!» — «Giungeranno i Piemontesi, Generale; essi non avranno riguardi, con poche bombe faranno arrender la città, poi diranno che tutto quello che facemmo finora, senza di loro non avrebbe contato nulla.» E Garibaldi: «Lasciate che dicano, non Siam venuti per la gloria.» Fu grande? Si cerchi nella storia uno eguale a lui!

E i Piemontesi erano vicini davvero. O perchè Piemontesi? Non erano i soldati già di mezza Italia? Ma! Per antico vizio italico si parlava ancora così, quasi da tutti. Non però dal Dittatore.

Egli aveva indetto il plebiscito pel 21 ottobre, e quel giorno le due Sicilie votavano la fine dell'antico Reame, e la loro annessione al Regno nuovo di Vittorio Emanuele.

Tre giorni appresso, il Dittatore passava il Volturno a Formicola, con le divisioni di Bixio e di Türr. «Dove ci mena?» dissero i volontari: li menava a incontrare Vittorio che scendeva da Venafro. E il 26 ottobre, presso Teano, su quella terra che vide Silla e Sartorio in guerra feroce, le avanguardie garibaldine aspettarono il Re. Presso a una casa bianca, a un gran bivio dove delle pioppe già pallide lasciavano cader le foglie morte, c'era il Dittatore tra molte camicie rosse. Ad un tratto si udì la fanfara reale del Piemonte. Tutti a cavallo! Qualcuno ricordò poi che, in quel momento un contadino mezzo vestito di pelli si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fisso l'occhio forse a leggere l'ora in qualche ombra di rupe lontana. Nota epica anche questa. Erano quasi le otto, ed ecco un rimescolio nel polverone, poi un galoppo e dei comandi e degli evviva: «Viva, Viva, Viva il Re!»

Allora quelli che erano là, videro un gran cosa. Comparve il Re, Garibaldi gli galoppò incontro, si diedero la mano: quel Dittatore che senza gloria di antenati aveva nel cuore tutta la forza che il popolo sa di rado rivelare, diede il saluto immortale che gridò Vittorio Re d'Italia. Chi mai a Carlo Alberto, quando appena salito al trono plaudì al concorso per un libro sui Capitani di ventura, chi gli avrebbe detto che uno condannato a morte in nome suo, come bandito di primo catalogo, sarebbe divenuto l'ultimo e il più grande e più puro della scuola d'armi dei Condottieri, e che 26 anni dopo avrebbe proclamato Re d'Italia il suo Vittorio in quei campi? Da quel giorno tutto volse rapidamente al termine. E il 6 novembre, nell'amplissimo viale che si protende dinnanzi alla reggia di Caserta, stavano le divisioni garibaldine già consapevoli d'esser messe in disparte. Ma era stato detto che il Re voleva passarle in rassegna. Quando sonarono le trombe i battaglioni si allinearono malcontenti. Apparve una cavalleria. Ah! quello che cavalcava alla testa non era il Re! Era Lui, col cappello all'ungherese calato giù, segno di tempesta. Passò quella cavalleria, giunse fino in fondo al viale, diede di volta, ripassò come un turbine, poi sparì. E poco appresso quei battaglioni furono condotti a sfilare dinanzi a Lui, piantato sulla gran porta del Palazzo Reale, come un monumento. Sentivano tutti che quella era l'ultima ora del suo comando, e a tutti veniva voglia d'andare a gettarsi ai suoi piedi e gridargli: «Generale, perchè non ci conducete tutti a morire? La via di Roma è là, seminatela delle nostre ossa!»

Egli, pallido come forse non era stato visto mai, guardava quei plotoni passare, e s'indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro ad allagargli il cuore.

Così finivano i canti centrali dell'epopea garibaldina. Quanto a lui, il 7 novembre entrava in Napoli con Vittorio Emanuele, l'8 gli consegnava il plebiscito, e all'alba del 9, su d'un vapore che portava il nome di Washington, suo vero fratello nei secoli, solo con quattro amici tornava a Caprera, quasi ancora con indosso gli stessi panni che aveva a Marsala.

«E non ne fosse uscito mai più!» dissero coloro che non avendolo capito mai, non lo capirono due anni di poi, quando cadde in Aspromonte confermando col suo sangue la legge di Roma. Però quelli stessi tacquero, quando nella guerra del Sessantasei non poterono disconoscerlo, almeno pel suo sublime «Obbedisco!» Ma tornarono ad imprecarlo quando fece Mentana. Altri, quando udirono ch'egli vinceva per tre giorni di seguito a Digione, credettero di elevarsi molto, dicendo che certo i Prussiani non s'erano degnati di combattere seriamente contro di lui. Anche questo fu detto. Ma fece ammenda per tutti il general Cialdini. Parlando di lui co' suoi pari, disse da onesto e prode come era: «Nessuno di noi gli arriva al ginocchio.» Diceva il vero. Ma ancora più che gran capitano Garibaldi fu Uomo nuovo. Per ora non si sa ancora riconoscerlo. Fu scritto che come in geologia si stenta a liberarsi dal concetto che tutta la storia del nostro globo sia una successione di catastrofi per lotte terribili tra le forze del Caos, così nella vita dell'umanità non sappiamo liberarci dall'ammirare i violenti trionfatori, perchè moralmente siamo ancora assai deboli. Ma quando l'umanità, sarà più consapevole di sè, e forte e capace di libertà e di giustizia, il tipo dell'Uomo sarà riconosciuto in lui. Non se ne favoleggerà, come non si favoleggiò guari di Colombo: ma ad ogni forma nuova di bene che si verrà trovando ed attuando, il giudizio delle genti riconoscerà che Garibaldi quella forma l'aveva già in sè. Allora si capirà come ei dall'azione passasse alla solitudine, perchè costumi, leggi, tutto doveva parergli troppo disforme dalla vita come ei la sentiva. Ma la solitudine su d'uno scoglio, dove nessun uomo avrebbe saputo durare senza morir di tedio, egli la popolava con l'ingegno del suo gran cuore, facendosi di quell'umile punta un mondo infinito come l'anima sua.