LA LIRICA

CONFERENZA
DI
ENRICO PANZACCHI.

Dunque io vi parlerò nuovamente di poesie e di poeti, o amabili Signore, perchè così piacque al Comitato che stabilì il tema, e che mi diede anche il molto onorevole incarico di principiare la serie delle conferenze quest'anno; di queste conferenze così fortunate e, diciamo pure, anche così invidiate, soprattutto perchè ebbero sempre il vostro concorso e la benevolenza vostra.

La conferenza mia di quest'anno sarà una continuazione di quella dell'anno scorso; ma i tempi sono molto mutati e non in meglio per noi. Cercai l'anno scorso di tratteggiarvi il gran quadro degli avvenimenti di quella singolarissima epoca. Idee nuove, uomini nuovi, avvenimenti strani, insperati: e sopra tutto questo una meravigliosa esaltazione nelle menti, un entusiasmo gaudioso e virtuoso nei cuori. Tanto che se ci avessero soccorso il senno e la concordia, era proprio da sperare che l'Italia ne uscisse con qualche felice risultato. Invece il senno e la concordia difettarono. Molti rettili, io vi diceva, strisciarono in mezzo a tutti quei fiori, molte ombre si mescolarono a quella luce; ed avemmo la catastrofe, la grande catastrofe, nobilitata dal valore italiano sotto gli spalti di Novara, sulle mura di Roma e a Venezia. Il detto di Massimo d'Azeglio: «credevamo di essere uomini ed eravamo invece dei fanciulli» riassume, e riassume purtroppo psicologicamente e storicamente tutta quell'epoca.

Bisognava cambiare strada, bisognava mutare i metodi e la mèta. Era stato dunque un bel sogno la confederazione dei Principi italiani col Pontefice alla testa, e bisognava metterlo in disparte. Era stato un bel sogno la repubblica unitaria di Mazzini colla Costituente e non ci si poteva più pensare. S'imponeva insomma una nuova orientazione, la quale doveva avere per principio e per obbietto un regno italiano fortemente costituito e fedele alla libertà. Aveva dato già all'Italia l'esempio di lodevole coraggio nell'anticipare questa nuova orientazione Marco Minghetti, quando, d'improvviso, lasciava le anticamere del Papa, ove si cospirava contro l'Italia, per andare sotto le tende di Carlo Alberto ove si combatteva e si moriva per l'Italia. Aveva già dato esempio simile Terenzio Mamiani, quando, nella rovina di tutto e di tutti, aveva detto che ormai non restava patriotti altro partito da prendere che stringersi intorno alla Dinastia di Savoia ed attingere da essa gli auspicii e la forza dell'avvenire; Vincenzo Gioberti che aveva a Parigi abbandonata la sua utopia del Primato (di cui credo che fosse già guarito da un pezzo) e poneva il vigorosissimo intelletto alla formazione di un nuovo libro nel quale si studiavano i criterii ed i mezzi per un positivo rinnovamento italiano; Daniele Manin si era ormai mostrato persuaso che la sua repubblica veneta non era che un glorioso anacronismo evocato invano dalla illusione storica e dal sentimento generoso di tanti italiani, che per Venezia avevano dato l'anima e il sangue. Lo stesso Mazzini, pur non declinando dai suoi ideali dogmatici, si manteneva repubblicano, ma attestava e mostrava che soprattutto egli era unitario e che quando si mirasse veramente, efficacemente all'unità, non solo egli non poneva ostacolo, ma fino ad un certo punto sarebbe stato disposto a secondarla.

Letterariamente e poeticamente, o Signore, il periodo che corre dal 1849 al 1859 non è un gran periodo nel suo insieme; anzi si presenta come un periodo mediocre. Non vi sono grandi lampeggiamenti, non vi sono poderose affermazioni d'ingegno artistico; vi è qualche cosa più di abbozzato che di compiuto in esso. Io lo chiamai altra volta un periodo «bigio» per le nostre lettere, un periodo ove le tinte, i colori non sono bene spiccati e decisi, ove bisogna raccogliere, classificare i fatti, apprezzandoli soprattutto come sintomo, piuttosto che come preparazione dell'avvenire. La ragione di tutto questo parmi che vedesse molto bene Cesare Correnti in alcune sue pagine notevoli nelle quali campeggia questo ragionamento: la poesia s'imperna nel criterio della vita; e quando il criterio della vita è incerto e ondeggiante, la poesia non può dare grandi affermazioni. Il romanticismo, una gran forza espansiva, comunque si voglia esteticamente giudicarla, che aveva dominato tutta la prima metà del secolo, aveva raggiunto il suo apice e già accennava a declinare, come un movimento nel quale cominci a mostrarsi esaurita la forza iniziale, da cui era derivato. Anche la morte si era mescolata nella faccenda, ed aveva fatto la sua parte. Era morto Giuseppe Giusti portando anzi tempo nel sepolcro una meravigliosa attitudine di poesia, che si era così bene esplicata nella satira civile, e che aveva mostrato anche altre potenze di poeta lirico e di critico, le quali nella pienezza dell'età forse si sarebbero più efficacemente manifestate. Erano morti Silvio Pellico e Giovanni Berchet tramontati alquanto nella popolarità, ma dei quali duravano sempre gli scritti patriottici nel cuore e nell'anima popolare, e che dovevano essere rinfrescati e resi novamente di una dolorosa attualità per le frequenze dei nuovi e tristi esigli, per le nuove sventure così somiglianti a quelle che avevano colpito l'Italia dal ventuno al quarantasei. Era morto anche a Bologna il buon Giovanni Marchetti, di cui disse Luigi Carrer che aveva saputo strappare il segreto della soavità degli accenti alla lira di Francesco Petrarca e, ad essa aveva saputo disposare accenti di nobile patriotismo.

Alessandro Manzoni che si era taciuto da tanto tempo, a un tratto si faceva vivo e riempiva delle sue idee tutto il mondo letterario italiano colle questioni della lingua nazionale. È una questione molto seria, o Signore: In che lingua debbono parlare gl'Italiani, parlare soprattutto e scrivere?

Dopo sei secoli di civiltà e di letteratura nazionale, il più grande e il più autorevole ingegno degli Italiani veniva fuori a mettere in dubbio nientemeno che lo strumento del nostro pensiero! E Carlo Tenca, che dal suo Crepuscolo vigilava tutte le forme e tutti i movimenti del pensiero italiano covando, per così dire, tutte le faville che rimanevano ancora della nostra vitalità politica, grandemente s'impensieriva di questa questione sollevata dal più autorevole degli scrittori. Anche i poeti dunque, e gli scrittori, avevano una nuova ragione di aspettazione, d'incertezza e di titubanza. Si doveva attingere, come voleva Vincenzo Monti, dalla nostra lingua scritta e vivente, da tutta la collaborazione dei popoli italici e da tutti i valenti nostri scrittori, come pare che fosse anche il pensiero di Dante Alighieri, padre della nostra letteratura? oppure si doveva, come voleva il buon Cesari, immobilizzare tutta la nostra lingua negli esempi del Trecento? oppure, come veniva avanti ad affermare il Manzoni, era necessario costituire una specie di sede vivente in cui la lingua facesse sempre la sua prova vitale, e che potesse servire di modello perenne e di guida a tutti e di soluzione nei dubbi che potessero insorgere?... Vi ripeto, tutto questo non doveva contribuire a dare delle forme energicamente direttive per la espressione dell'ingegno artistico e poetico negl'italiani; e non è da stupire che tutti i poeti di questo periodo ne risentissero un influsso di incertezza e di titubanza. Uno fra loro, più sincero degli altri, lo confessò apertamente. Paolo Gazzoletti scriveva: «Le mie poesie furono dettate, come è facile accorgersi, sotto l'influenza di studi, di scuole e di gusti diversi. Bruciai nel mio camino qualche granello d'incenso a tutte le forme, ed anche ai traviamenti delle forme.» — Poi soggiungeva: — «Ad ogni modo, per noi poeti, anzi per noi italiani il cantare è una fatalità e dallo stesso dolore e dalle stesse miserie nostre abbiamo, per disacerbarle, eccitamento al canto.» E concludeva un suo sonetto con questo verso: «È vocale il dolor de la mia terra!»

Anche troppo vocale, dico io; e se vi fu tempo in cui spesseggiassero i poeti mediocri e minimi, fu appunto questo decennio.

E simile lamento muoveva anche Ippolito Nievo il quale faceva le prime armi e dava la prima promessa del suo ingegno bellissimo, che sarebbe stato destinato a successi trionfali se una tragica morte non lo avesse còlto nel pieno vigore dell'ingegno e dell'età. D'altra parte abbiamo dei poeti minori, non privi certo di pregio, che si compiacevano a seguire l'indirizzo manzoniano in tutto ciò che aveva di più mite, di più mansueto, di più casalingo. Citerò solo Giulio Carcano di Milano, Emilio Frullani di Firenze. Aggiungasi, in generale, una grande irregolarità e licenza nei ritmi, e una grande povertà delle rime. Una delle necessità più vivamente sentita da chi abbia acuto e squisito il senso dell'arte, è quella di dare delle forme nettamente plastiche e precise ed euritmiche al componimento poetico. Invece in questo tempo si direbbe che dalla grande autorità del Leopardi si preferisce di dedurre soprattutto e quasi esclusivamente la libertà indeterminata della strofa; libertà indeterminata che fomentava, aiutava una grande verbosità, nemica mortale della efficacia scultoria. Quanto alle rime esse si andavano sempre più impoverendo; e non aveva torto un critico quando diceva che aprendo i libri di poesia di quel tempo (e sono tanti da formare delle enormi cataste), che esaminando certe collezioni allora famose, per esempio l'«Ape romantica» di Venezia, e le innumerevoli Strenne di Napoli in cui tutta l'attività partenopea pareva che si concentrasse, diceva che con poco più di cento parole si sarebbe potuto determinare il rimario della poesia italiana!.... E questo, o Signore, che sembra un particolare secondario, è invece un segno grandissimo; perchè non vi è grande poesia senza una tecnica eletta insieme e ricca e rigorosa; e quando tanto nel movimento della strofa quanto nella scelta delle rime è o irregolarità e licenza indeterminata o povertà, potete star certe che anche il pensiero rimarrà in difetto, tutto il nisus della forma poetica sarà in decadenza. E ne avete la riprova in questo: che noi abbiamo avuto un vero e proprio risorgimento nella poesia italiana solo quando son ritornate in onore le strofe severamente corrette ed euritmicamente rispondenti alle loro parti, e quando è ritornata in onore la scelta della rima ricca, eletta.