Ma non è tutta verbosità vuota, non è tutta divagazione sentimentale la poesia italiana di questo tempo. Vi è qualche cosa di «meditabondo» nella nostra cultura. Anche nel campo del pensiero, e solamente nel campo del pensiero, perchè ormai l'azione era interdetta dalla servitù politica, si sente il bisogno di raccogliersi e pensare seriamente. Alcune discipline si avvantaggiano; lo studio della lingua non è più ridotto a semplice scelta di frasi; si comincia a sentire la profonda vacuità della scuola del Cesari buona come antidoto, come egli lo chiamava, contro l'invadente francesismo del primo quarto di secolo in Italia, ma per sè stessa insufficente al grande ufficio della lingua intesa come strumento del pensiero e come rispecchiamento dell'anima della Nazione. Dallo studio formale e superficiale della lingua si passava a un tentativo sempre più spiccato di penetrare a fondo nell'indole, nella filosofia del linguaggio; e a Firenze, a Torino, a Milano e altrove si cominciano a costituire delle scuole filologiche che pongono nel nostro terreno ottimi germi, i quali col tempo poi copiosamente frutteranno. Il fenomeno passa dalla filologia nella poesia vera e propria, e si comincia a tentare un più stretto connubio, una più efficace intimità tra la poesia pura forma e la sostanza del pensiero; tra il sentimento, nella sua vaghezza indeterminata, e certi fini ben determinati e prefissi e certi alti ideali a cui l'arte doveva servire. La vanità della formula «l'arte per l'arte» va cadendo sempre più in discredito. Fu accolto con molto applauso, se non molto letto, un poema di Lorenzo Costa genovese, abilissimo fabbro di versi, il quale con degli sciolti veramente mirabili si era prefisso ed aveva in gran parte raggiunto l'intento di celebrare le più meravigliose scoperte dell'ingegno umano nelle industrie, e nella meccanica. Altri poeti avevano seguito questo impulso. Dirò anzi, che si può considerarlo come una preoccupazione dominante allora negl'ingegni nostri. L'Aleardi, per esempio, vuole compensare più che può una certa vacuità che è nei suoi canti fantasiosi e sentimentali, e ricorre alla geologia e ricorre alla botanica. Si direbbe che già egli si prepari fin d'allora per il disperato cimento al quale si lasciò andare pochi anni dopo, di celebrare in versi il sistema economico di Federigo Bastiat. Ebbe in questo un infelice compagno nel Martinelli bolognese, che volle con dei Sermoni dedicati a Marco Minghetti niente meno che dar forma poetica a tutti i teoremi della economia classica inglese. Anche Giacomo Zanella nel seminario di Vicenza sta maturando il suo ingegno e si prepara a dare egli pure un contributo assai notevole a questo tentativo di connubio fra la poesia e la scienza: si prepara ad essere il futuro autore della Conchiglia fossile e del memorabile dialogo teologico-astronomico tra Galileo e Giovanni Milton; si prepara ad essere, come disse con frase veridica Giosuè Carducci, il castigato, forbito ed eloquente cantore dell'industria e delle solennità del tecnicismo.
Ma anche lo Zanella poco lustro doveva dare a questo decennio, perchè la sua fama doveva fiorire dipoi. Egli era destinato ad essere il poeta prediletto del decennio che seguì; doveva essere in esso il poeta favorito delle gentili dame, degli ingegni eleganti e soprattutto degli spiriti temperati che vagheggiavano di comporre in armonie superiori, degli elementi fra loro cozzanti, e che non disperavano di queste armonie e si compiacevano di trovare nel prete liberale di Vicenza un degno e notevole aiuto di poesia e di arte.
Insomma, quando voi avete bene scrutato l'orizzonte e investigato da ogni parte, voi dovrete venire a questa conclusione: che il decennio italiano che corre dal Quarantanove al Cinquantanove, non ha che due poeti veramente notevoli: il Prati e l'Aleardi. Lascio da parte Niccolò Tommaseo, il quale meriterebbe uno studio a sè per la grande intensità e arditezza del suo ingegno poetico, ed è invece così poco noto e così mediocremente apprezzato. Lo lascio da parte, perchè anche egli diede i migliori frutti come poeta nell'epoca precedente, e perchè egli si occupò soprattutto di studi filosofici e religiosi.
Aleardo Aleardi dunque e Giovanni Prati sono i due poeti che signoreggiano l'epoca, e quasi vi regnano in solitudine.
Io ebbi la fortuna di conoscerli ambidue. Erano due tipi disparatissimi.
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Giovanni Prati nel decennio di cui parliamo seguitava la sua strada; godeva della sua fama, e cercava di aumentarla con opere notevoli. Sempre uguale a sè stesso: vagabondo, strano, irregolare; aveva amato la natura e l'Italia, e il suo amore per quest'ultima aveva sempre nobilmente e francamente manifestato, ma accompagnava poi questa sua nobiltà di condotta poetica con molte stranezze nella vita; ed ebbe per l'una e per le altre molti dolori e molte tristi vicende. In questi dieci anni egli dalla Toscana, dove aveva un così acerbo persecutore in Francesco Domenico Guerrazzi, si era rifugiato a Torino e là, all'ombra della Croce Sabauda, a cui aveva rivolto l'occhio confidente anche quando altri faceva le viste di non accorgersene, ben visto a Corte, seguitava a poetare, perchè il poetare, per Giovanni Prati era non una dilettazione istintiva, non un'operazione intermittente, era come un abito inscindibile dalla sua natura, e di continuo componeva versi, e, quel che è anche più strano, nessuno lo aveva mai visto comporre versi a tavolino. Andava errando come aveva fatto sempre, e lo vedevano pei Portici di Po brontolando seco stesso i suoi endecasillabi o i suoi settenari, sempre con in bocca un sigaro, che spesso gli si spengeva; allora chiedeva fuoco al primo che incontrava, e riacceso il mozzicone continuava a mormorare dei versi. Più di una volta fu preso per un pazzo.
In questo decennio Giovanni Prati ha composto su per giù due volumi di versi, nei quali si nota uno spiccato e opposto carattere d'arte. Nei poemi è sempre il bizzarro ingegno romantico di Edmenegarda e delle Ballate: come prima, vagheggia il fantastico, lo strano, l'avventuroso. Nella forma non si corregge o peggiora. Infatti, leggendo a Torino il suo poema Ridolfo fece accapponare la pelle al buon Terenzio Mamiani per delle forme veramente strane e eteroclite. Un lavoro di miglior avvenire si ha nella Battaglia Imera o Jerone, una specie di visione antica che lampeggia alla mente del poeta e che pare il preludio di quella mirabile castigatezza di gusto che egli qualche anno dopo doveva conquistare per dono felicissimo della sua natura, e che lo metteva in grado di comporre i due Sogni, di tradurre non indegnamente Virgilio e di pensare a verseggiare quel Canto ad Igea che par davvero un frammento di serena poesia antica. Il secondo volume ci dà invece un Prati fortemente compreso della missione civile e politica del poeta italiano: e tutti i grandi argomenti che occupano la vita italiana, che accennano ai dolori del presente e alle speranze dell'avvenire, tutti si rispecchiano fervidamente in quelle sue liriche alate, che anche oggi non si possono leggere senza commozione. L'anno scorso, o Signore, vi ho citato alcuni passi della superba Trenodia in cui, celebrando il ritorno da Oporto delle ceneri di Re Carlo Alberto, egli volle evocare tutto il sogno poetico della federazione italiana del Quarantotto, gettando un ultimo grido di supplicazione ai principi della penisola. Indi egli si volse da quella parte, ove solo le speranze parevano attendibili, voglio dire alla spada, al senno e alla lealtà di Re Vittorio. Ora sentite con che accenti egli ricorda i giovinetti toscani eroicamente caduti a Curtatone:
Quando la fredda luna
Sul largo Adige pende,