Ed ecco che il paggio turbolento e recalcitrante è confinato al forte di Bard, uno dei baluardi che la Santa Alleanza voleva rafforzati in odio della Francia e del liberalismo occidentale.

Il forte di Bard domina una stretta gola nella valle di Aosta, in uno dei punti più austeri e più cupi della valle, un torvo ciglione si accampa e la sbarra.

La fortezza vi sta sopra e le atticciate casamatte dominano il corso della Dora Baltea, che mugola impetuosamente, scavandosi il letto nel sasso. Intorno: altre rupi elevate, nude e bieche. Il paesaggio è rude, imponente, ma melanconico e selvaggio.

Il giovane ufficiale vi espia le intemperanze del linguaggio. Non è un gaio soggiorno, a vent'anni! Ma egli vi reca quel buon umore, che sarà la sua caratteristica, quella curiosità attiva, che gli farà imparare tante utili cose. Alla sera, verso il tramonto, egli suole scendere al fiume e si asside sopra un masso che l'acqua lambe.

Quali allora i pensieri di lui? Di certo, fra le sue pupille vagano le vaghe prospettive di cose nuove e sconosciute. Lo sguardo di Colombo fanciullo, in riva al mare.

Le montagne alte nereggiano intorno a quel biondeggiante capo destinato alla storia, la fronte spaziosa s'irradia dei chiarori di quel cielo limpido e freddo dell'alpe, che è tanto luminoso!

Passeranno molti anni, e i terrazzani avranno battezzato quel rustico sedile: la pietra di Cavour. Ma egli non ricorderà con piacere quelle giornate. È l'esilio, è l'esilio dal mondo, dove il petulante e attivo ingegno si alimenta. Però, non invano l'avrà visitato la meditazione e non invano quello spirito indipendente e spregiudicato avrà respirato la poesia della solitudine. Contro il sentimentalismo e la poesia, Cavour scoccherà i suoi frizzi: egli pretenderà di essere negato all'arte ed all'imaginazione. Ma intanto, quale poesia più affettuosa e delicata, quando appenderà innanzi al suo tavolo di lavoro la tunica del nipote Augusto, caduto a Goito per l'Italia e quel drappo forato da palle austriache, unica eredità che egli avrà voluto, sarà là come il pio simulacro del voto giurato nel suo cuore; il voto all'Italia, per la vita! È un voto di giovani anni e la solitaria rupe di Bard ne fu forse il primo testimone, a divampare dei presentimenti che la rivoluzione del 1830 accendeva nell'animo di lui.

Egli è così fatto che, appena imprese a meditare, i problemi morali e politici del suo tempo gli si affacciarono intieramente.

Li vide colla veemenza di un'interna visione e concepì l'altezza morale della libertà e dell'indipendenza, stimandole il fondamento di una saggia e dignitosa educazione civile.

Condotto dai suoi studi di matematica, dall'indole equilibrata a non scambiare il fatto con la parvenza, a mettere l'accordo fra il pensiero e l'azione, a nulla trascurare che rendesse questa più efficace, egli intendeva altresì che la libertà, la indipendenza nazionale erano necessarie al movimento sociale ed economico, che il suo perspicace intelletto gli dipingeva.