Breve fu l'esiglio di Bard. Il giovane patrizio, insofferente di formalismo, non potendo, per ossequio alla volontà paterna, mutare di cielo, come aveva fatto Vittorio Alfieri, muta, se non altro, occupazioni, abitudini, tenore di vita.

Egli si butta all'agricoltura.

Una vasta distesa di campi, in una pianura monotona, dalla quale a malapena, nelle giornate chiare, si scorge il bianco frastaglio dell'Alpe piemontese.

Un'abitazione rurale, intorno alla quale si affaticano contadini e brulicano mandre copiose, diventa il centro dell'attività di Cavour.

Quest'uomo che nega a sè stesso il dono di poesia e che, desto all'alba, passa i giorni nei campi, nelle risaie, nei prati, intento alle seminagioni, ai concimi, alle irrigazioni, all'incrocio dei merinos, all'ingrassare dei buoi, scrive nobili lettere, così lucide e liete, nelle quali la vita dei campi vibra di così grande efficacia morale ed intellettuale, come nessuna egloga virgiliana.

E intanto egli riconosce le quistioni economiche che dominano il mondo moderno. Nella pratica dell'agricoltura riscontra i concetti, le formule, i presagi dell'Economia politica: quando gli capiteranno i libri di Bastiat, avrà già intuito le difficoltà, le resistenze, gli ostacoli e concepito che la libertà economica è il segreto dell'ora che volge.

Allorchè, nei riposi della vita austera e laboriosa, egli viaggerà in Francia e in Inghilterra, compiacendosi di investigare tutti i segreti della vita moderna, vi ritroverà quel che già aveva indovinato.

Ma l'agricoltura è anche un'occasione per divulgare, colle cognizioni scientifiche, lo spirito di associazione, di stimolare l'attività sociale che egli indirizza alla produzione tecnica, al credito, ai primi aneliti dell'industrialismo, strappando al pauroso dispotismo le timide licenze.

Egli pensa ad una banca per azioni e, insieme al suo amico Petitti, esamina il nuovo problema delle strade ferrate. È una rivelazione: l'avvenire politico dell'Italia si schiude nella mente di Cavour. Fin dal 1842, egli sogna una vertiginosa corsa di traffici dalle Alpi al Jonio. Questo grande intelletto moderno rivede per la sua Italia la grandiosità delle antiche vie romane! E, insieme a tutto ciò, la coscienza completa di quanto occorre alla rigenerazione delle plebi!

Egli ha studiato la quistione Irlandese e ne scrisse pagine che sono viventi anche oggi, ha indagato il pauperismo e quell'embrione di legislazione sociale che era la tassa dei poveri in Inghilterra. Allora, quello spirito liberale, vede che l'educazione è il primo passo all'affrancamento e si accinge ad introdurre in Piemonte le scuole del popolo. L'intento è pericoloso: il governo di allora non s'acconcia alla novità: tutto ciò che sa di associazione, quanto nella istruzione o nella cultura esce dalle vie tracciate, inflessibili come dogmi, appare un sintomo di rivoluzione. Cavour persiste. Una società agricola si fonda, si aprono i primi asili infantili. Nè Cavour è solo in questa opera. Tutta una agitazione aperta, feconda, generosa, alla quale prendono parte i migliori del Piemonte. Ingegni austeri e pensosi, che si raccolgono nella libreria del conte Sclopis e s'incoraggiano nell'ospitalità del signor di Barante, l'ambasciatore di Francia, nel cui salotto, un giovane segretario, il signor d'Haussonville recava gli echi di Coppet, l'intellettuale cenacolo del liberalismo europeo. Presso il signor di Barante si adunavano quanti, a Torino, volevano respirare. Dura, monotona, servile vita era allora quella di codesta capitale, e lo fu sovratutto nel tempo che corse dopo i tentativi del '31 e del '33, fin verso il '45. Epoca oscura, nella quale Carlo Alberto seguitava l'angosciosa tenzone, chiuso nel suo enigma, mentre i ministri di lui si esercitavano alla più sospettosa reazione.