Vi sono lettere di Cavour che narrano quella vita angusta: la prigionia entro la quale il grande ed agile spirito soffocava. Tuttavia la esistenza di lui in quel tempo è una preparazione psicologica ad un'intensa azione, intanto che il suo intelletto si addestra con ostinata costanza a tutte le peripezie di una vita pubblica feconda ed attiva. Non vede come arrivarci, talvolta ne dispera. Per giunta, il suo cuore è spezzato dal triste epilogo di una storia d'amore. Intorno ad essa è il mistero, ma ne traspare tanto da comprendere la profondità dei sentimenti in questo gagliardo e gioviale uomo d'affari, come egli ostentò di parere.
È stato veramente un uomo grande. Nessuna cosa della umanità è fuori di lui ed egli nobilita l'umanità e innalza il dolore e l'amore colla delicata sensibilità nell'afflizione pudicamente discreta.
Ebbe un amico carissimo, un'amica prediletta e sacra. Perdette l'uno e l'altra: ne sofferse, tacque e si volse alla patria.
Per tal modo, appena qualche bagliore di vita pubblica strisciò sull'orizzonte, Cavour fu tra i primi ad acclamarlo. Era pronto. Fu guida alla schiera modesta e gagliarda che si raccolse nelle sale del Risorgimento, il giornale tosto fondato, appena che venne concessa qualche larghezza alla stampa.
E nelle agitazioni che corsero l'Italia in quei giorni, quando un papa liberale sollevò gli animi, allorchè le moltitudini intravidero nelle promesse del pontefice un'aurora e incominciarono a pensare e volò il grido di riforme!, nella redazione del Risorgimento fu maturata la proposta che si chiedesse senz'altro indugio una costituzione.
In un'adunanza di liberali d'opposte parti parlò in questo senso Cavour, e le parole di lui destarono sospetto nelle ricongiunte fila della democrazia.
Questo nobile figlio del vicario — il capo della polizia — questo gran signore, noto per le sue predilezioni inglesi, dal fare sarcastico ed aggressivo, non piaceva. Lo chiamavano mylord Camillo; e, per parecchio tempo, la caricatura si esercitò a raffigurarlo con un piccolo codino. Era un codino di strano conio, che aveva pensato alla libertà e vi aveva creduto prima di tanti altri che se ne facevano allora gli araldi: un uomo che aveva studiato i più elevati problemi della morale politica colla energica tempra sorretta da fede e da ragione, con abitudini di libero esame; scevro di scrupoli e non intollerante.
Egli aveva da lungo tempo seguìto colla logica inflessibile della mente il cammino delle idee liberali a traverso l'Europa e lo aveva seguìto con quella tendenza spiritualista, che è singolare prestigio negli uomini di azione.
Grandi insegnamenti erano state le vicende del primo periodo riformatore in Inghilterra, la storia del regime parlamentare sotto la monarchia di Luglio, e le agitazioni della Penisola Iberica.
Egli aveva ammirato la previdente abilità di Wellington, di lord Gray, di Roberto Peel; deplorato le miserie del Carlismo e le fatali conseguenze dell'impeccabilità politica dei re: aveva conosciuto la triste povertà dei risultati di una politica demagogica all'infuori del reale, le perniciose deviazioni di un parlamentarismo, smarrito tra l'asservimento delle maggioranze, gli intrighi dei ministri, le ambizioni dei competitori e l'ostinazione egoistica del principe, come era accaduto in Francia, dopo la morte di Casimiro Perrier.