Il Guerrazzi sentì certo gl'inconvenienti che derivavano da quella specie di mezza misura che aveva prima adottata, e nel secondo romanzo fece addirittura del fatto storico il vero e solo soggetto del quadro suo grandioso, senza aggiungervi del proprio che poche figure accessorie e qualche episodio.
Ma queste novità non ci spiegherebbero punto l'impressione straordinaria che l'Arte del Guerrazzi produsse su gl'Italiani fino dalla comparsa del suo primo romanzo, se l'Autore, poco più che ventenne, non vi avesse rivelata subito e davvero una forza d'ingegno meravigliosa. I più severi, pur deplorandone i deplorevoli eccessi, dovettero ammirar quella forza, e G. B. Niccolini ringraziò Dio che voleva consolare di tanto intelletto la povera Italia. E ancora, con tutti i suoi difetti enormissimi, La battaglia di Benevento rimane uno dei migliori scritti narrativi del Nostro per gagliardia di composizione e pel rilievo di alcuni caratteri. E se i suoi pregi non bastassero a darci ragione del fàscino che esercitò su i contemporanei, ce la darebbero i suoi difetti, che, impressi di quella singolar tempera guerrazziana, parvero pregi e virtù. Pregi e virtù sopra tutto (come per un momento suole accadere d'ogni apparenza di novità e di ogni ingegnosa stranezza) sembrarono le intemperanze di quella prosa poetica, le enfasi di quelle liriche divagazioni, che rispondevano così bene ai gusti romantici dei primi decenni del secolo, cullandoli in una colorita larghezza di ritmi che nessun'onda di poesia aveva mai superati. Il nostro pubblico imparò a memoria quei larghi periodi come un tempo le ottave del Tasso, e F. D. Guerrazzi fu salutato il poeta della prosa italiana.
III.
«Popolo italiano, già signore, oggi locandiere di tutte le genti del mondo!» fremeva nella Battaglia di Benevento il Guerrazzi. E in questo fremito, fiero di shakspeariano disprezzo, è il primo segreto della tetraggine irosa dello scrittore, la causa prima della disperazione che irrompe come una fiamma sinistra da tutto il romanzo.
Passato quel periodo acuto di parossismo byroniano, la coscienza del cittadino si era andata formando più chiaramente nello scrittore, e lo scrittore allora volle drizzar quella fiamma a scaldare ed accendere il cuor della patria. Per eccitar la sensibilità dell'Italia caduta in letargo, egli la feriva, «e nelle ferite infondeva zolfo e pece infuocati». Sono sue parole anche queste, e queste parole ci dicon gl'intenti coi quali fu concepito il suo capolavoro.
Disgraziatamente, il periodo di tempo nel quale egli scrisse L'assedio di Firenze fu uno dei più dolorosi di tutta la sua vita. Nel giro di pochi mesi gli perirono le persone più care: gli morì, fulminata nel cuore, l'unica donna che amò, e quando lo seppe, ne incanutì in una notte; gli mancò il padre suo, che, rigido ma affettuoso e consapevole dell'ingegno del figliuolo, lo aveva educato a sensi magnanimi; perdè in Carlo Bini l'amico più buono e geniale della sua giovinezza, e in Tommaso Bargellini il suo più tenero compagno d'infanzia; e finalmente perdè, quasi assassinato, il fratello Giovanni, che gli lasciò su le braccia, per solo retaggio, due orfani.
Con tanto cumulo di dolori caduti l'uno di seguito all'altro su l'anima sua esulcerata dalla nuova prigionia, non deve dunque far meraviglia se pur nel suo capolavoro abbondino le tinte fosche anche più di quel che il soggetto tragico le richiedesse, nè deve parer troppo strano che un libro siffatto cominci con un lamento.
Anche il lamento, per altro, non è, e non poteva essere in un tal uomo, querimonia e rassegnazione, ma sfida e minaccia. E il Guerrazzi che, custodito nella sua segreta, impreca ai tiranni della terra, somiglia un po' (e non senza un tantino di posa) a Prometeo, che, inchiodato alla rupe, impreca al tiranno del cielo. Più nobile e più eloquente, in ogni modo, quando, poche pagine dopo, restando dal maledir gli oppressori, si volge a eccitare gli oppressi: «Finchè, sollevandosi al cielo, le vostre braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non supplicate; Iddio sta coi forti! La vostra misura di abiezione è già colma; scendere più oltre non potete; la vita consiste nel moto; dunque sorgerete! Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia sui labbri, nella destra la morte. Tutti i vostri Iddii sprezzate; non adorate altro Dio che Sabaoth, lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete.»
E seguita ancora, sempre più terribile e sempre profetico, perchè qui veramente nel Titano risorge il Profeta, e la sua prosa assurge a una vera altezza lirica e biblica, che non è più byronismo, che non è più maniera, che non è più rettorica.... E se oggi par tale, benedetta quella rettorica! Il suo fremito, allora, faceva fremere tutti, tutti scoteva quell'impeto e inebriava quell'odio; e le pagine del poema, copiate con lunghe fatiche e passate di mano in mano furtivamente, correvano intanto, rapide come un incendio, l'intera penisola.
L'autore dell'Assedio di Firenze non è un romanziere o uno storico, non è neppure soltanto un poeta o un profeta, ma un combattitore e un vendicatore: vendicatore di tre secoli di servitù, di tre secoli d'ignominia, quanti ne erano corsi dalla caduta della repubblica fiorentina, sopraffatta dall'armi e dai tradimenti di Carlo V e di Clemente VII; che è quanto dire dalla caduta dell'ultima libertà italiana affogata nel sangue, dall'ultimo moto del cuore d'Italia, che per trecento anni doveva cessare di battere.