E il Guerrazzi fu pari, per ingegno e per animo, all'alto argomento, in mezzo al quale ci trasporta con passione di attore e di contemporaneo, più che con calma di storico. E noi vediamo tutto un popolo eroico muoversi e agitarsi nelle sue pagine, dove (lo notò primo il Mazzini) Firenze sola è protagonista. Vi sono figure principali, anzi colossali, che staccano in piena luce di gloria nella composizione del grandissimo affresco: Francesco Ferrucci, Michelangelo Buonarroti, Dante da Castiglione, il gonfaloniere Carduccio, e quel macro profilo di Fra Benedetto da Foiano, dalle cui labbra inspirate sembra prorompere sotto le arcate di Santa Maria del Fiore lo spirito del Savonarola vegliante su la tradita repubblica; ma unico e vero protagonista del libro è la patria, e ne è anima l'anima sempre presente dello scrittore.
Peccato che egli abbia voluto turbare quell'ideale unità con episodii domestici, che male interrompono e ritardano lo svolgimento dell'azione storica, e che al confronto di quella grande azione rimpiccoliscono troppo! Ma egli, per il suo fine politico, volle forse indulgere ai gusti del tempo e del pubblico, e per esser letto da tutti, intrecciò alla storia le fila di quel tetro romanzo d'amore che commosse tanti animi, e che oggi mi sembra una specie di melodramma vittorughiano interpolato in una epopea.
E un'epopea veramente fu questo libro; epopea cui non manca che il verso, non l'onda del numero. E l'onda poetica della prosa guerrazziana, prescindendo dalle intemperanze che le son consuete, è qui al suo posto assai più che in altri romanzi del Nostro. Egli stesso chiamò poema questo suo libro, e con tutta ragione: epica ne è la materia, epici ne sono gli eroi, epici furon gli effetti che esso produsse, affrettando le giornate del nostro riscatto.
Ma a noi che importa del nome col quale si debba chiamare un libro che operò quei miracoli? Se c'è una cosa che importi, è questa soltanto: che il libro, il quale operò quei miracoli sopra un'intera generazione, la generazione presente più non lo legge, perchè l'esecuzione non corrisponde in esso alla ispirazione caldissima. Anche l'autore, più tardi, dichiarò essergli sembrata necessaria ma detestabile l'arte onde fu concepito L'assedio di Firenze. Ma, ad onta di tutto, vi sono bellezze di primissimo ordine in questo romanzo o poema che voglia chiamarsi; e poema o romanzo che sia, non dobbiamo dimenticare che i nostri padroni di allora, i nostri padroni di Vienna, lo condannarono e lo temerono come una battaglia vinta contro di loro; che per l'Austria fu una minaccia e una sfida ad oltranza, come per noi fu conforto e argomento a risorgere e a insorgere contro di lei. Minaccia e conforto, protesta ed augurio, rivendicazione e glorificazione: ecco, o signori, ciò che fu questo libro.
IV.
La fama del Guerrazzi, già grande, divenne grandissima e popolare dopo la comparsa dell'Assedio di Firenze, che fu dovuto stampare a Parigi con lo pseudonimo di Anselmo Gualandi. E quella fama consolidarono o accrebbero le varie opere pubblicate da lui successivamente nel giro di pochi anni: Veronica Cybo, una di quelle storie di sangue che piacquero troppo all'autore, ma forte e rapida, senza divagazioni e senza lirismi; Isabella Orsini, altra domestica tragedia quasi gemella alla precedente, ma più lenta e più faticosa di quella; poi le Orazioni funebri di illustri italiani, sempre nobili di pensiero e calde di sentimento civile; e poi I nuovi tartufi, modello di narrazione acremente umoristica, e battaglia politica contro i seguaci di idee moderate. Ma della sua potenza di grande umorista il Guerrazzi aveva già dato un saggio mirabile fin dal suo esilio di Montepulciano, ove scrisse quel minuscolo capolavoro che è ancora La serpicina. In questa breve novella è svolto un concetto estremamente pessimistico dell'umanità, con una forza di humour a cui conferisce grazia quel sapore d'antico che è nello stile, e ne tempera l'amarezza. Quando, per altro, l'autore volle insistere troppo su quello stesso concetto, diluendolo nell'interminabile arringa dell'Asino contro il genere umano, riuscì fastidioso e pesante, e tutto quello sforzo di erudizione e di satira arguta non potè dar ragione all'immane raquisitoria dell'indignato e sapiente quadrupede.
Quanto meglio, qualche anno dopo, rifulse l'estro umoristico del Livornese in quel raggio di sole che è Il buco nel muro, vero raggio di sole in mezzo a tutta la tetra opera sua, e vero inno alla pace serena della famiglia, di cui non pareva capace quell'orco, quel parricida, quel rorator di fanciulli che fu predicato il Guerrazzi!
Nè, fra le molteplici occupazioni letterarie e forensi, cessava l'attività politica del cittadino, come non veniva mai meno nello scrittore il pensiero della patria, inspiratore diretto o indiretto di ogni suo libro. Così nel '47, pubblicando l'elogio di Amelia Calami, traeva anche da esso occasione a ribattere il suo Delenda Carthago, e terminava lo scritto con queste fiere parole: «Chè se alcuno osserverà, nè pietoso nè savio essere stato il consiglio di mescere tanto odio nel discorso funerale di mitissima donna, io gli rispondo che la mia religione mi insegna acuire sopra le tombe, sopra gli altari, sui fonti battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine affrancare l'Italia dallo abborrito straniero. Catone il Censore costumava concludere ogni sua orazione col motto: Vuolsi sovvertire Cartagine; sicchè, poco prima che spirasse, l'anima sua esultò delle puniche fiamme. Così gl'Italiani finiscano prece, lettera, orazione, tutto, con le parole: Fuori stranieri! E gli stranieri, sotto lo indomabile odio, anderanno dispersi. Allora poi favelleremo d'amore.»
In quello stesso anno 1847, nell'imminenza di quelli avvenimenti politici che egli aveva cooperato a maturare, lanciò per le stampe il Discorso al Principe e al Popolo, col quale chiedeva al Granduca una costituzione. Se non che, di lì a poco, accusato di macchinazione pericolosa contro il Granduca medesimo, venne arrestato di nuovo e di nuovo mandato a Portoferraio. Prosciolto per insufficienza di prove quando già era stata promulgata la costituzione, riuscì deputato al Consiglio toscano, ma non pei suffragi dei Livornesi. E poichè a Livorno erano scoppiati disordini, egli vi andò paciere, sedò quei tumulti, spadroneggiò, e si creò nuovi nemici. Intanto, mentre egli era già al potere come ministro dell'interno col Montanelli, Leopoldo II fuggiva da Firenze l'8 febbraio del '49, e si formava un governo provvisorio col noto triumvirato, che fu in realtà una vera dittatura del solo Guerrazzi.
Deputato e ministro, triumviro e dittatore, la sua vita di quel tempo appartiene alla storia, e la storia la giudicherà. I contemporanei lo fecero segno ad accuse che è carità di patria non raccogliere; lo accusarono, fra altro, di malversazione del pubblico danaro, e fu luminosamente provato che lo amministrò con tanta rettitudine da averci rimesso del suo. Potè commettere errori, non colpe; ma è certo che temperò molti eccessi, frenò molti abusi, e impedì con gran senso pratico la proclamazione della repubblica toscana, resistendo al Mazzini che gliela imponeva. Non eran quelli i momenti da pensare a repubbliche; tanto è vero che il mese appresso ogni concetta speranza cadeva a Novara, e che il Granduca tornò a Firenze, e ci tornò con gli Austriaci. E il Granduca e gli Austriaci seppellirono il Dittatore nel mastio di Volterra, lo sottoposero a iniquo processo, per delitto di lesa maestà, e dopo quattro anni d'iniquo processo lo condannarono all'ergastolo, commutatogli nell'esilio perpetuo.