A questa quarta prigionia e a questo lungo processo dobbiamo uno dei libri più belli del Guerrazzi, l'Apologia della sua vita politica, e il più tristo di tutti i suoi libri: Beatrice Cenci.
«Scritto in carcere e generato perciò fra lacrime e sangue» disse l'autore questo romanzo; e il romanzo, pur troppo, gronda di sangue anche più che di lacrime. Vera orgia di atrocità mostruose, dove par che il poeta abbia davvero voluto versare tutto il fiele dell'anima sua invelenita da tante persecuzioni, la Beatrice Cenci fu letta anche troppo, con la bramosia delle cose malsane, attraendo con la satanica bellezza di molte sue pagine. Oggi non la ricorda più alcuno, ed è mera giustizia. La fama del Guerrazzi non ha bisogno di esser raccomandata al ricordo di un libro così malefico, e l'autore non tardò a farne degnissima ammenda con le storie di argomento côrso, inspirategli dalla forte isola che gli fu terra d'esilio: La torre di Nonza, il Moscone e il Pasquale Paoli.
Questo grande romanzo di libertà, pubblicato nel '60, è degno fratello all'Assedio di Firenze per l'argomento e per l'indole, e lo supera come opera d'arte matura, più schietta, più impersonale, più semplice. Ma i tempi erano mutati, e cessate le più forti ragioni che avevano fatto cercare con tanta avidità i volumi del fiero scrittore; onde il Pasquale Paoli, che è giudicato la più bella prosa narrativa di lui, non suscitò gli entusiasmi che avevano accolto i suoi primi romanzi.
Dalla Corsica lo smanioso esule era fuggito, con pericoli e stenti incredibili, fino dal '57, e si era ridotto a Genova a aspettarvi gli eventi che avrebbero dovuto permettergli di tornare in Toscana. Ma il '59 arrivò, le sorti d'Italia cambiarono con rapido quanto felice rivolgimento, e al poeta dell'Assedio di Firenze non fu ancora concesso il sospirato rimpatrio, che i governanti d'allora temevano pericoloso. Ed egli se ne crucciò tanto più, perchè, amante della patria davvero e non dei partiti, aveva voluta e promossa efficacemente l'annessione della Toscana al Piemonte e l'unità della nazione con la Dinastia di Savoia. Vittorio Emanuele dovette comprendere il giusto risentimento del cittadino benemerito e illustre, e volle vederlo e parlargli. Chiamatolo a Torino, cercò di persuaderlo a restarvi, con qualunque carica avesse potuto desiderare, offrendosi pronto a crearne magari una apposta per lui. Ringraziava commosso il Guerrazzi, ma rispondeva al gran Re non desiderare e non chiedere altro che potersene tornar con onore a casa sua e a' suoi studi, non volendo tornarvi con l'amnistia che il governo provvisorio gli aveva largita.
E a Livorno potè rientrar finalmente nel '62, per la deputazione conferitagli da' suoi concittadini, i quali più tardi, con manifesta ingratitudine, gliela ritolsero. Forse non era piaciuta l'attitudine violenta che egli aveva presa anche in Parlamento contro quella che usava chiamare l'empia setta dei moderati. E il vecchio gladiatore allora si ritirò dall'arena, confinandosi nel suo romitorio di Cecina, stanco di mente, offeso di cuore, scontento di sè e di tutti. Ivi passò i suoi ultimi anni «in compagnia del mare, delle foreste scarmigliate dal vento, e della malaria», invocando pace, e non ottenendola che dalla morte il 23 settembre 1873.
Dodici anni dopo, Livorno gli eresse una statua, che lo rappresenta seduto come chi medita e scrive. No, no! Alto in piedi e diritto doveva sorgere dal suo piedistallo chi nacque alla lotta e lottando invecchiò. Guerrazzi in poltrona, io non me lo so figurare neanche di marmo!
V.
Non ho neppure accennato alle ultime opere guerrazziane, perchè nulla esse aggiunsero alla fama letteraria dello scrittore. L'assedio di Roma, uscito nel '64, è già segno della stanchezza di quel poderoso intelletto. L'animo però vi apparisce sempre fiero, e fiero l'odio contro ogni avanzo di vecchia tirannide. Egli non poteva esser pago finchè tutta quanta l'Italia non fosse stata degl'Italiani; e perciò la voce dell'antico leone, come aveva ruggito nel Parlamento contro la cessione di Nizza alla Francia, così continuava a ruggir nell'Assedio di Roma contro il dominio papale e borbonico: — «Se il Demonio potesse o volesse venire al mondo per istrascinar nel suo inferno Papa e Borbone e d'ogni risma stranieri, ben venga il Demonio: noi lo saluteremo Demonio Iº Re d'Italia; purchè venga armato di ferro e di fuoco». Costanza e coscienza mirabile di scrittore e di cittadino, che aveva proclamato doversi ogni uomo proporre lo scopo più immediatamente utile alla sua patria, e a quello tendere sempre con ogni sua forza. Nè mai in alcun uomo alle belle parole risposero i fatti come in quest'uno.
Discendente legittimo di Dante e di Machiavelli, d'Alfieri e di Foscolo, come scrittore sentì in pieno petto l'ondata del Byron, che gli scemò la schiettezza dell'arte, ma non la tenace italianità degli spiriti. E a riuscir degno davvero dei sommi italiani da cui discendeva, non gli mancò nè l'ingegno nè l'animo, ma solo una più equilibrata armonia tra le sue facoltà: chè in lui la fantasia prepotè troppo sul gusto, la passione sul raziocinio, la carità della patria su l'amore dell'arte. Difetto glorioso quest'ultimo, che il Guerrazzi ebbe comune col Berchet e col Niccolini, per non citare che i due poeti ai quali somiglia di più, e che sono i più degni di essergli paragonati fra quanti nel periodo nel nostro risorgimento intesero a fare opera di patriotti più che d'artisti.
Quella organica sproporzione di forze che era nel suo cervello, e quella soverchia preoccupazione costante di un fine politico estrinseco all'arte, oltre che le vicende d'una vita d'azione così combattuta, impedirono a lui di lasciare un'opera perfetta che abbia vera probabilità di resistere al tempo. Anzi, se si eccettui più d'una delle sue cose minori, che l'Italia dovrà tornare a leggere e ammirare più che oggi non faccia, la sua produzione è quasi già tutta invecchiata, mentre egli avrebbe potuto restare uno dei più grandi prosatori del secolo decimonono. Basterebbe a provarlo l'episodio del buon Romeo dantesco, parafrasato nella Battaglia di Benevento in alcune pagine semplici e commoventi che valgono tutto il romanzo e attestano le straordinarie doti d'artista che erano già in quel giovine di 22 anni. Perchè anche il Guerrazzi, come è accaduto sempre, prima d'Orazio e dopo d'Orazio, riesce tanto più grande scrittore quanto meno se lo propone e quando meno ci pensa. Professus grandia, turget!