Delle sue doti fu sempre conscio e superbo, ma ebbe anche sempre un concetto assai chiaro di ciò che aveva voluto essere e di ciò che poteva valere l'opera sua. Basti, fra tanti accenni, quello che si legge in una sua bellissima lettera al Cantù, pubblicata recentemente, ove è detto che i suoi libri «dureranno, come opera un rimedio, fin che dura la malattia. Quando sorgerà il giorno della vera, della grande libertà, cesseranno, come il lume della lucerna sviene all'apparire del sole».

Uomo e scrittore, ebbe ambizioni e virtù d'altri tempi; onde tutto gli parve così meschino nel tempo in cui visse, che, trovatosi a governare l'intera Toscana, gli sembrò di recitare una tragedia di Alfieri coi burattini, e scrivendo storie o romanzi, ne fece parlare gli eroi come parlavano gli eroi di Plutarco. Ma ambizioni e virtù gli sorresse e scaldò un unico infinito amore all'Italia e un unico odio infinito per tutti i nemici di lei. E a quell'amore e a quell'odio votò la sua vita, «scrivendo, cospirando, soffrendo, operando (ammonisce il Carducci) come da gran tempo non usava in Toscana».

Di tutto questo egli non domandò nè sperò altro premio che quello dovuto dopo la morte a coloro che hanno spesa nobilmente la vita in prò della patria; «un solo premio, diceva, ma grande e divino: quello di sentirsi ricordare dai superstiti con amorosa benevolenza».

E noi, o Signori, andiamo dimenticando quest'uomo, come abbiamo dimenticata oramai quasi tutta una schiera gloriosa di pensatori e di poeti, che, dall'Alfieri al Guerrazzi, si affaticarono a crearci, se non altro, la volontà d'esser liberi; oppure ci ricordiamo di alcuni di loro per frugar nella loro vita e nel loro sepolcro con indiscreta curiosità di eruditi o di anatomisti....

Noi siamo una generazione di piccoli critici e di grandissimi ingrati.

[ INDICE]

[L'Opera di Cavour]Pag. 5
[L'epopea garibaldina]43
[La Lirica]117
[F. D. Guerrazzi]147

NOTE:

[1]. Il 14 marzo, genetliaco di Vittorio Emanuele II e di Umberto I.