Chioma dorata sotto un bianco velo!

È una voce isolata e magnanima, clamans in deserto. Poi la notte s'addensa anche più buia, e l'Italia per quasi due secoli sembra morta. Per quanti lunghi anni parlarono con insultante leggerezza di lei, come di persona profondamente sepolta fra i morti! “Sì, essa fu, essi dicevano, — così il poeta di Atalanta e di Mary Stuart — essa fu, quando i tempi eran giovani; ma ora più non è. I brandelli del suo sudario tremolano nell'aria sepolcrale: remote stagioni di anni immemorabili avvolgono ormai il suo antico e freddo cadavere, su cui son passati tanti vènti d'inverno, e tante pallide primavere; essa non è più una cosa di questo mondo. Nè importa che la sua morta testa conservi sempre, come una viva ghirlanda, l'aurea lunga chioma che le scorre giù sul petto fino ai piedi. Morte regine, la cui vita era stata lieta e trionfale, furon trovate così fredde, così composte, così coronate, con ogni cosa appassita addosso e d'attorno, eccetto una sola cosa bella, — la loro antica chioma immortale, — mentre la carne e l'ossa diventavan polvere, appena esposte alla luce. E l'Italia è morta come loro!.... Ma mentre essi parlavan così, l'Italia riebbe a un tratto il suo possente respiro; e il latino sangue gentile ricircolò nelle esauste sue vene.„

X.

Ed ora concludendo, o signori, queste mie rapide impressioni, questa causerie sul Barocchismo, permettetemi un'ultima considerazione; discutibile, discutibilissima, lo so; ma a che serve una Conferenza, se non eccita qualche discussione; se non è una suggestione, un invito, a esaminare, a riflettere, a conversare sopra un dato argomento?

Questo barocchismo, di cui vi ho esposto qualcuno dei molteplici aspetti che ha nelle varie sue fasi del grandioso e dell'ardito, dello stravagante e del ridicolo, del molle e del triste; è essenzialmente moderno, nella sua passionata ricerca del nuovo a ogni costo: e certe sue espressioni, prima che esso deliri assolutamente, ci simpatizzano più della inappuntabile symmetria prisca. Dimenticate per un momento i Manuali, le lezioni, le Guide, e quel che si deve dire, e quel che si deve ammirare; guardate coi vostri occhi, pensate con la vostra testa, sentite col vostro cuore; e forse vi parrà d'essere più vicini alla Dafne del Bernini, che alla Giunone di Villa Ludovisi; alla Santa Teresa, che alla Venere Capitolina. Forse Gœthe, il Foscolo, e Keats, son stati gli ultimi che hanno sentito od espresso in plastici versi la divina Euritmia. Noi siamo oggi tutti un po' barbari, un po' bizantini, un po' barocchi.... Nelle statue greche perfette, vediamo eternato nel marmo il felice equilibrio dei sensi e dei sentimenti: queste statue ci rammentano la primavera del mondo. L'anima umana era sana e giovine allora; non era ancora venuta meno sotto l'oppressione dei propri sogni: nè ancora l'intelligenza era stata torturata da trenta secoli di precetti, di sistemi, e di dubbi: nè il cuore affranto da trenta secoli di dolori. Nessuna penosa dottrina, nessuna crisi interiore, avevan alterato la felice armonia della vita e della forma umana, e il bel corpo cresceva come una bella pianta sempre esposta alla luce. Oggi invece, la nostra vita è tutta artificiale e sempre agitata: l'organismo nervoso è continuamente sovreccitato, e rimane sempre irrequieto e assetato di sensazioni nuove, strane, eccessive. La lampada della vita non è più una fiamma pura e tranquilla, nutrita di liquore d'oliva, ma una face resinosa e fumosa che manda torbide e rosse faville.... Tu avevi visto poco dell'immenso universo, poco amato e poco sofferto, e però, o divina Euritmia, il tuo volto è così calmo e sereno! Ma noi moderni, sentiamo qua dentro qualche cosa che mancava agli antichi; che è il tormentoso, eppur glorioso, nostro retaggio: il sentimento dell'Infinito, e la coscienza dell'umanità. L'uomo moderno è meno egoista; e non sa godere e sperare senza, un palpito di fratellanza. Non ha limitato il suo ideale della Vita e dell'Arte a poche leghe di terra privilegiata, ma indaga ed ama ogni plaga dove un altro uomo respiri, soffra, ed ami. Secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore: e nelle voci stesse della Natura, noi ascoltiamo la solenne e malinconica musica dell'Umanità.

LA COMMEDIA DELL'ARTE

CONFERENZA
DI
Michele Scherillo.

I.

Quel fiorentino bizzarro del Lasca fu tra i pochissimi italiani che nel secolo decimosesto avessero un concetto chiaro e concreto di ciò che fosse e di ciò che dovess'essere il genere drammatico. Non che riuscisse a scriver lui delle commedie vitali; ma, pur non avendo scritta nè una Drammaturgia nè un Nathan il saggio, egli ebbe in sè qualcosa del Lessing: una scarsa vena poetica, cioè, e un'acuta vista critica, snebbiata dagli uggiosi e letali pregiudizi della imitazione classica. E fu una nuova iattura per l'arte nostra che gli sprazzi di luce, emananti dai prologhi delle sue commedie o dalle poesie burlesche, non valessero a trattenere qualcuno dei nostri tanti commediografi dall'inoltrarsi per quella via senza uscita della imitazione di Plauto e di Terenzio.

Poichè, mi preme dirvelo subito, noi abbiamo speciale obbligo a codeste due nostre glorie passate se siamo privi d'un vero teatro nazionale. Come fummo gli ultimi a tollerare che un nuovo volgare si sostituisse a quella lingua con cui i nostri maggiori avean governato il mondo; così ancora noi non sapemmo staccarci in tempo da quelle tradizioni letterarie, che il mondo ancor venerava e c'invidiava. E mentre una gente nuova, senza scrupoli e senza doveri, ci guadagnava la mano, noi, con gli scrupoli ed i doveri di eredi d'una nobile razza, ci attaccammo al passato; e nella poesia drammatica ci persuademmo che s'avessero a prendere a modello le commedie degli antichi anzichè la natura e la vita che ci s'agitava d'intorno.