Quando da un poeta come l'Ariosto ci sentiamo dire nel prologo dei suoi Suppositi: “vi confessa l'autore havere in questo et Plauto et Terentio seguitato...., perchè non solo nelli costumi, ma nelli argumenti anchora delle fabule vuole essere degli antichi et celebrati poeti a tutta sua possanza imitatore; et come essi Monandro et Appollodoro et gli altri greci nelle lor latine comedie seguitaro, egli così nelle sue volgari i modi et processi de' latini scrittori schifar non vuole„; quando, dico, ci sentiamo dichiarar di codeste cose dal poeta che con un sorriso tra scettico e bonario ravvivò la già stracca materia cavalleresca mettendone in rilievo il lato comico senza sdrucciolare nella caricatura, da quel virtuoso della forma che illuminò della luce della rinascenza tutto un informe e caotico mondo germogliato nelle fantasie medievali: ci si stringe il cuore, e ci corre sulle labbra l'angosciosa esclamazione del falconiere dantesco: “ohimè, tu cali!„ E l'Ariosto calava davvero; giacchè nel prologo della prima sua commedia, la Cassaria, egli aveva levato baldo il volo e bravamente affrontati quei pregiudizi dov'ora s'impigliava:

Nova commedia v'appresento, piena

Di varii giochi, che nè mai latine

Nè greche lingue recitarno in scena.

Parmi veder che la più parte incline

A riprenderla, subito ch'ho detto

Nova, senza ascoltarne mezzo o fine;

Chè tale impresa non li par suggetto

Delli moderni ingegni, e solo stima

Quel che li antiqui han detto esser perfetto.