Isab. intende dell'amor suo e della sua dura dipartenza. Ella se ne attrista. — In quello, Pant. parlando forte. Isab., sentendolo, se n'entra. Pedrol. brava con Oratio perchè non vuole andare a Perugia. Pant. vede il figlio, al quale ordina che si vada a metter all'ordine subito subito, perchè vuole che vada a Perugia. Oratio, tutto timoroso, entra per mettersi all'ordine, guardando Pedrol.Pant. intende come Pedrol. ha parlato con Franc.; poi sente Pedrol. che dice: ohibò, padrone, il fiato vi puzza fuor di modo! Pant. se ne ride. — In quello, Franc. fa il simile, dicendo che se il fiato non le puzzasse, che Isab. l'amerebbe; et entra. Pant. si maraviglia. — In quello, Flavio passa et, a' cenni di Pedrol., fa il simile con Pant., e via. Pant. si maraviglia di tal mancamento. — In quello, Dott. arriva. Pedrol. li fa cenno della cosa del fiato. Dott. fa il simile, et via. Pant., di voler domandar a sua figlia s'è vero di quel puzzore. La chiama. — Flam. confessa a suo padre come li puzza il fiato fuor di modo; et entra. Essi rimangono. — In quello, Oratio, di casa, conferma l'istesso, poi ritorna in casa. — Pant. si risolve farsi cavar quel dente che cagiona il fetore. Ordina a Pedrol. che li conduca un cavadenti, et entra. Pedrol. rimane.

Arlecch. vestito da cavadenti. Pedrol. ordina ad Arlecch. che cavi tutti i denti a Pant., dicendoli che sono guasti. Si ritira. Arlecch. sotto le fenestre grida: chi ha denti guasti? — In quello, Pant. dalla fenestra lo chiama. Poi esce fuora. Arlecch. cava fuora i suoi ferri, i quali sono tutti ferri da magnano, nominandoli ridicolosamente. Lo fa sedere, e con la tenaglia li cava quattro denti buoni. Pant., dal dolore, s'attacca alla barba del cavadenti, la quale, essendo posticcia, li rimane in mano. Arlecch. fugge. Pant. li tira dietro la sedia. Poi, lamentandosi del dolore dei denti, entra in casa.

E qui finisce l'atto primo.„

Sunt lacrimæ rerum! Codesta non è che la trama, il canavaccio, d'un tessuto che da chi lo vide sentiam celebrare per la squisita varietà, vivezza e contrasto delle tinte; non è che la feccia d'un vino inebriante da cui si sia evaporato lo spirito; non è che la pianta topografica d'una città, famosa nella storia, oramai distrutta. Anzi, uno scenario rispetto alla sua rappresentazione è qualcosa di meno che la moderna Pompei comparata alla deliziosa città che s'adagiava, fidente nei suoi vezzi, ai piedi dell'infido Vesuvio. Là dove, per esempio, è semplicemente detto: Capitano Spavento, l'amor d'Isabella e le sue bravure, nella rappresentazione Francesco Andreini sfoggiava uno di quei suoi monologhi che bastavan da sè soli ad assicurare il successo alla commedia, e che il dotto comico distese per iscritto e tramandò ai posteri col titolo: Le bravure del Capitano Spavento divise in molti ragionamenti in forma di dialogo (Venezia, 1624). Sono stramberie, esagerazioni, goffaggini, inventate ed accozzate insieme da un fanfarone che ha una grande paura, e che mentre si vanta d'avere sfondato l'Inferno, riceve le bastonate da Arlecchino. A leggerle non ci fanno più ridere; anzi ci fa quasi dispetto che un tempo si sia potuto ridere a sentir, per esempio, quest'ordine del Capitano al cartolaio: “per foglio di carta mi mandi la pelle del dragone Hesperio, per penna il corno del rinoceronte, per inchiostro il pianto del coccodrillo, per polvere il mar della sabbia, per cera la schiuma di Cerbero e per sigillo la sassifica testa di Medusa„. Ma non bisogna dimenticare e che i nostri gusti letterari son molto mutati, e che certe allusioni o ci sfuggono o ci arrivan fredde, e che soprattutto quelle goffaggini non ci è dato sentirle della bocca, e accompagnate dagli atti e versacci, di quei comici ch'eran maestri di mimica. Si può ad ogni modo indovinare quanto riuscisse saporito per un pubblico della fine del Cinquecento l'ordine del Capitano al cuoco perchè gli prepari da pranzo tre piatti di carne: “il primo sia di carne d'Hebrei, il secondo di carne di Turchi, ed il terzo di carne di Luterani„; o il racconto che, quante volte si era “trovato a desinare e a cena con Plutone re dell'inferno, tante volte gli era toccato a mangiare qualche Luterano arrosto e qualche Calvinista a guazzetto„.

La Commedia dell'arte è specialmente opera di attori, i quali erano autori ed interpreti della propria parte. Sceglievano quella per cui credevano di aver maggiori attitudini, e con essa s'identificavano così che il dramma doveva adattarsi a loro, non essi al dramma. Ritenevano il nome con cui eran la prima volta riesciti accetti al pubblico; e nello scenario che abbiam letto, come in tutti gli altri dei Gelosi, Flavio indicava Flaminio Scala, il Capitano Spavento Francesco Andreini, Orazio Orazio Nobili, Isabella Isabella Andreini. Poichè spesso il nome scelto pel teatro era quello di battesimo. Quando si diceva che nella commedia prendeva parte Flavio o l'Isabella, non s'indicava solo che ci sarebbero stati quei personaggi ma quegli attori. I quali, anche nella vita privata e nelle loro corrispondenze coi prìncipi e coi loro segretari, finivano con l'adoperare il nomignolo teatrale, spesso da solo, spesso aggiungendolo al proprio casato. E del resto anche ora voi tutti conoscete il nomignolo di Molière, ma non tutti forse il suo nome di famiglia.

Quando la parte assunta non avea nulla di veramente caratteristico, come quella dell'innamorato più o meno smanceroso o ardito o cavalleresco, il nomignolo tramontava con l'attore: e non c'è stato che un Flavio, un Orazio, un'Isabella. Ma spesso il comico sapeva felicemente cogliere una caricatura locale, o il tipo d'una certa classe di persone; e allora il personaggio sopravviveva all'attore, e quel primo nomignolo si perpetuava. E chi, dopo, avesse voluto rappresentare il vecchio veneziano o il servo bergamasco o il pedante bolognese o il contadino napoletano, avea l'obbligo di chiamarsi Pantalone, Brighella o Arlecchino, Dottor Graziano, Pulcinella, di vestirsi nel modo tradizionale, di parlar quello speciale dialetto con quelle speciali inflessioni di voce, di dir perfino certi motti e di far certi movimenti e certe smorfie. Così la Commedia dell'arte veniva a mancare di varietà, e i comici degeneravano in marionette. Un bel giorno, anzi, gli attori di carne e d'ossa non sembreranno più necessari, e saranno sostituiti dai fantocci. Voi lo sapete: è appunto nel casotto dei burattini che oramai agonizza la gloriosa Commedia che dovea rendere immortale il nome dei Gelosi!

VI.

Ma torniamo indietro, a tempi più lieti. Quando, nel 1578, la celebre Compagnia venne a Firenze con tanto piacere del Lasca e tanto dispetto degli altri commediografi, essa tornava dalla Francia, dove aveva mietuta una larga messe di allori. Vi era stata invitata da una regina italiana, Caterina de' Medici, che nella Corte francese avea portati i suoi gusti e la sua coltura di dama fiorentina della Rinascenza.

Ci si rispettava come sovrani nel regno dell'arte pure allora che ci si vedeva così bassi politicamente! E chi oltre monti ed oltre mare avesse cuore gentile, apprendeva con la lingua dei nostri avi la nostra, per poter gustare l'armonia del periodo del Boccaccio o del Machiavelli, la melodia soave dei sonetti del Petrarca o del Bembo, la cadenza arguta o malinconica delle ottave dell'Ariosto e fra poco del Tasso. Che stupore in quel popolo, che ora pare arrogarsi il monopolio d'ogni cosa che si riferisca al teatro, quando, nel 1548, potette assistere alla rappresentazione della Calandria, che la “natione fiorentina„ fece dare a Lione dai migliori comici che vivessero allora in Italia, e che essa avea fatti venire con grandi spese per onorare la regale concittadina! Il testimone Brantôme confessa quello spettacolo essere “chose que l'on n'avoit encores veu, et rare en France, car paradvant on ne parloit que des farceurs, des connardz de Rouan, des joueurs de la Basoche, et autres sortes de badins et joueurs de badinages, farces, mommeries et sotteries„. Che incanto quegli apparati e quelle prospettive di Firenze, dipinte dal fiorentino Nannoccio! E che maraviglia quei commedianti, e specialmente quelle commedianti “qui estoient très-belles, parloient très-bien et de fort bonne grâce!„ Dopo quell'anno, nel 1555, erano stati recitati alla Corte, da alcuni gentiluomini, i Lucidi del Firenzuola e la Flora dell'Alamanni; e nel '60, dalle figliuole stesse del Re e da altre dame e damigelle, la Sofonisba tradotta dal Saint Gelais. Ma su codesta tragedia la Regina “eut opinion qu'elle avoit porté malheur aux affaires du royaume„, e di tragedie non volle più saperne; “mais ouy bien des comédies et tragicomédies, et mesmes celles de Zanni et Pantalons, y prenant grand plaisir, et y rioit son saoûl comme une autre, car elle rioit volontiers„.

Correva l'anno 1571 allorchè questa prima Compagnia di comici dell'arte passò in Francia, chiamatavi in occasione delle feste per l'entrata in Parigi del re Carlo IX con la sua sposa. La vivacità e gaiezza dei nuovi comici, la facilità e spontaneità della loro improvvisazione, i vezzi delle servette e le virtuose galanterie delle prime donne, conquistaron tutti, prìncipi e cortigiani; e l'ambasciatore d'Inghilterra si affrettò a darne conto, in un dispaccio ufficiale, alla sua Regina, che tra' suoi sudditi contava già il giovanetto Shakespeare. In Francia però le rappresentazioni teatrali eran di privativa di alcune confraternite religiose; e, profittando dell'assenza del Re, queste si querelarono ai magistrati. I quali, troppo timorati di coscienza per voler partecipare all'ammirazione dei loro sovrani per gl'istrioni d'oltremonti, furon lieti di fulminar contro di essi multe ed ostracismo. La protezione regale bastò appena a quella povera gente per salvarla dalle multe.