Hic ibat Simois; hic est Sigeia tellus,
Hic steterat Priami regia celsa senis.
Bianca. Vogliate spiegarlo.
Lucenzio. Hic ibat, come prima v'ho detto — Simois, io sono Lucenzio — hic est, figlio di ser Vincenzo di Pisa — Sigeia tellus, così travestito per ottenere l'amor vostro — Hic steterat, e quel Lucenzio che venne a corteggiarvi — Priami, è il mio valletto Tranio — regia, che ha pigliato il mio luogo — celsa senis, per ingannar meglio il vecchio Pantalone....
Bianca. Ora vediamo se riesco a tradurre: Hic ibat Simois, io non vi conosco — hic est Sigeia tellus, non mi fido di voi — Hic steterat Priami, badate ch'egli non ci senta — regia, non presumete di troppo — celsa senis, non disperate.
E pur nelle Donne allegre di Windsor, quel medico francese che lardella il suo discorso di frasi e parole della sua lingua, e quel parroco che cinguetta l'inglese da buon gallese, e quello scioccherello che parla sempre in punta di forchetta, han tutti i loro prototipi nella commedia nostra improvvisata.
Con la quale Shakespeare ebbe comune anche qualche vizio. Beltrame, per esaltare i suoi colleghi, dichiarava, nei primi decenni del Seicento, che essi “studiano et si muniscono la memoria di gran farragine di cose, come sentenze, concetti, discorsi d'amore, rimproveri, disperazioni e deliri, per haverli pronti all'occasioni„. Di qui quel loro stile così colorito; e forse di qui ancora, per lo meno in parte, lo stile enfatico ed ampolloso che il gran drammaturgo mette sempre in bocca ai personaggi italiani. Non era certo nei nostri novellieri ch'egli trovava il modello di quelle caricature.
Ma non son da porre sulla coscienza dei nostri poveri comici, già così aggravata, tutte le scurrilità onde son lerci i primi lavori del capocomico inglese. I buffoni di Elisabetta, quanto a facezie grossolane e sboccate, non avean bisogno di maestri! E chi sa che non appartengano a loro, per lo meno in gran parte, quelle che son passate alla posterità di contrabbando, appiattate nei ricchi bauli del sommo poeta? Il quale avrà lasciato che in certe scene i buffoni si sbizzarrissero a loro agio, per contentare il pubblico grosso, sempre avido di quei motti salati che magari si sentiva ripetere da anni: alla stessa guisa che i predecessori di Rossini abbandonavano i trilli e le rifioriture alla virtuosità dei cantanti. Dopo, quelle trivialità saranno state trascritte sui copioni e tutte gabellate come opera del commediografo. Cresciuto in autorità ed ammaestrato dall'esperienza, anche questi, come Rossini i trilli, avrà provveduto a disciplinare le scene buffonesche, perchè non turbassero l'azione del dramma, e perchè almeno avessero quel sapore tra ariostesco e rabelaisiano che hanno, per esempio, nell'Otello e nell'Amleto. Ricordate gli ammaestramenti del principe danese ai comici:
Badino quelli che fan da buffoni a non dir nulla di più di quel che devono. C'è tra essi qualcuno che si mette a snocciolar buffonerie, per far ridere un certo numero di spettatori idioti, proprio nel punto che il dramma richiederebbe che si stesse ad ascoltarlo con la maggiore attenzione. Ciò è indegno, e rivela nel commediante una miserevole ambizione.
Erano abusi codesti a cui certo anche la nostra Commedia dell'arte avviava; poichè ogni libertà può degenerare in licenza quando sia concessa anche a chi non trovi il necessario freno nella propria indole o nella propria educazione. Ma non si vogliano, per i cattivi effetti della licenza, dimenticare gl'ineffabili benefizi della libertà. Tra mezzo all'ossequioso servilismo delle nostre lettere a un passato irrevocabile, quei nostri comici apostoli corsero il mondo predicando e praticando la libertà: umili ma rumorosi ed efficaci guastatori di quella via per cui poi dovevan trionfalmente passare Lope de Vega, Shakespeare e Molière.