Shakespeare non venne a Londra che circa otto anni dopo. È risaputo com'avesse famigliari i nostri novellieri e i nostri commediografi, e come a quella fonte attingesse intrecci, scene, situazioni. Gli Equivoci derivano dai Menechmi attraverso un'imitazione italiana; la Selvatica ammansata è ricalcata in gran parte sui Suppositi dell'Ariosto; e perfin la Giulietta e Romeo ricorda in più d'un luogo (pel lodevole zelo di parer discreti non bisogna esser poi ingiusti!) l'Hadriana di Luigi Groto. Nè sono scarse od occulte nel suo teatro le tracce dell'imitazione dalla nostra commedia popolare. Già, quando nell'Otello (I, 2) Jago chiama Brabanzio “il Magnifico„, a me pare ch'ei gli voglia dare del Pantalone anzichè indicare con quel titolo semplicemente il grado senatoriale di lui, come gli annotatori interpretano. Ma c'è ben di meglio. Il capitano Parolle, nella commedia È tutto bene quel che ben finisce, il quale porta “tutta quanta la dottrina teorica della guerra nel nodo della sua sciarpa, e tutta l'arte pratica nel fodero della daga„, non è che il nostro Capitano Spavento; e la scena in cui, essendo per vigliaccheria caduto nelle mani dei propri soldati che gli hanno fatto paura e che affettano un linguaggio barbaresco, è trascinato con la benda sugli occhi innanzi al proprio generale ch'ei crede quel dei nemici, e spiattella i segreti del campo e svilisce i colleghi, si direbbe addirittura desunta da uno scenario. Com'è in fondo il nostro Capitano spagnuolo quello spagnuolo fanfarone e galante delle Pene d'amore perdute. Basta sentirlo come del suo amore dà conto al valletto:
Voglio farti una confidenza: io sono innamorato; e com'è cosa abbietta in un soldato l'amore, così mi sono innamorato d'una vile contadina. Se potessi sguainar la spada contro codesta mia trista affezione, per sottrarmi a tali reprobi pensieri, farei prigioniera la mia passione amorosa, e la cederei a qualche cortigiano francese in cambio d'una riverenza alla moda. Mi par cosa spregevole il sospirare, e penso che dovrei rinnegare Cupido. Consolami tu, paggio mio: quali furono i grandi uomini schiavi d'amore?
Il pedante Oloferne della medesima commedia è talquale il nostro Graziano; ed è curioso ch'ei citi con malinconica ammirazione il principio d'un'egloga latina d'un oscuro umanista mantovano, cui fa seguire in italiano due versi d'una canzonetta:
Ah, buon vecchio mantovano! io di te posso dire quel che di Venezia il viaggiatore:
Vinegia, Vinegia,
Chi non te vede, ei non ti pregia.
Vecchio mantovano! vecchio mantovano! Chi non ti intende non ti ama!
Nella Selvatica ammansata poi, oltre alle tante parole italiane che vi ricorrono e perfino un po' di dialogo (“Con tutto il core ben trovato„, dice un amico all'altro; o questi: “Alla nostra casa bene venuto, molto amato signor mio Petronio„), ed oltre pure un certo Pedagogo che della nostra maschera non ha che la pusillanimità e l'improntitudine, c'è una scena a cui della Commedia dell'arte non manca neppure il nome d'uno dei suoi più caratteristici tipi. Un giovane s'è gabellato maestro di grammatica per dichiarare il suo amore alla giovinetta amata. È presente un vecchio galante, cotto anch'esso.
Bianca. Dove eravamo?
Lucenzio. Qui, signorina: