E in palco fa sì ben Coviel Patacca,
Che, sempre ch'ei si muove o ch'ei favella,
Fa proprio sgangherarti le mascella,
ed Evangelista Torricelli, il Viviani, il Bernini:
Ma son giunto a quel segno, il qual s'io passo,
Vi potria la mia istoria esser molesta.
Devo però aggiungere che letterariamente la nostra Commedia produsse i suoi frutti più duraturi oltre i confini della patria. Avvenne per essa l'inverso di ciò ch'era avvenuto per la poesia cavalleresca; e l'Ariosto che elaborò fuori d'Italia quella materia comica inventata dagl'improvvisatori nostri, fu, voi lo sapete, il Molière. “Nous ne devons jamais oublier que la priorité de ce calque ingénieux et piquant de la nature appartient à l'Italie, et que, sans ce riche et curieux précédent, Molière n'eût pas créé la véritable comédie française„, dice George Sand; e non son mancati i Rajna a frugare nelle reliquie della Commedia dell'arte, e a ritrovarvi abbozzati intrecci, scene, episodi, tipi, personaggi, che nelle mani del geniale commediografo divennero il Tartufe, le Malade imaginaire, George Dandin, Trissotin, Sganarelle, Scapin. Sui cartoni disegnati con la carbonella, il grande artista ha rimesse le tinte, la cui vivacità oramai non è più caduca.
Certo, il teatro di Molière fu il più squisito prodotto della Commedia dell'arte; la quale ebbe nell'ospitale Francia quasi una seconda patria. Ma essa può vantare anche altre benemerenze ed altre benevolenze. Ho già accennato alla Spagna ed a Lope de Vega. Un po' prima che colà; nel 1568, un Giovanni Tabarino avea portata la nostra commedia a Linz sul Danubio, dond'egli era passato a Vienna con la qualità ufficiale di comico di Sua Maestà. Vi rimase, pare, fino al '74, facendo nel febbraio '71 una scappata in Francia; ma codesto più antico Tabarino non è da confondere col famoso buffone dello stesso nome che fu di moda a Parigi dal 1618 al '30. E nel tempo ch'egli rimase a Vienna, vi capitarono pure i fiorentini Antonio Soldino, proveniente dalla Francia, e Orazio; e poi Giulio, Giovanni veneziano, Giovan Maria romano, e i trevisani Silvestro e quel Battista che recitava da Franceschina; e, più tardi, Pier Maria Cecchini, poeta e trattatista oltrechè attore col nomignolo di Frittellino, il quale l'imperatore Mathias “fece nobile...., habilitandolo ad ogni essercizio cavalleresco, facendolo capace di quanto ad ogni titolato si concede„.
Nella Corte di Baviera la Commedia dell'arte fu, qualche anno innanzi al 1568, fatta gustare da un musicista fiammingo vissuto per lungo tempo tra noi, Orlando di Lasso, e da un musicista napoletano, Massimo Trojano, che ce ne dà conto. Si celebravan le nozze del duca Guglielmo IV con Renata di Lorena; e un bel giorno al Duca “venne in fantasia.... di udir una commedia la sera seguente„. Ne pregò il maestro Orlando, che a sua volta pregò il collega Trojano d'aiutarlo. Detto fatto, inventarono “il dilettevole suggetto„ e recitarono la sera appresso una “comedia all'improvisa alla italiana...., in presenza de tutte le serenissime Dame; che, quantunque le più che vi erano non intendevano lo che si dicevano, pure feze tanto bene e con tanta gratia il Magnifico Venetiano messer Orlando di Lasso, col suo Zanne, che smascellare della risa a tutti fece„. Le parti erano state così distribuite: messer Orlando, dunque, “fu il Magnifico messer Pantalone di Bisognosi; m. Gio. Battista Scolari da Trento, il Zanne; Massimo Trojano fece tre personaggi, il prolago da goffo villano (un villano, alla cavajola, tanto goffamente vestito che parea l'Ambasciatore delle risa), il Polidoro innamorato, e lo spagnuolo disperato sotto nome di Don Diego di Mendozza; lo servitore di Polidoro fu Don Carlo Livizzano; lo servitore del Spagnuolo, Giorgio Dori da Trento; la Cortigiana innamorata di Polidoro, chiamata Camilla, fu il Marchese di Malaspina; la sua serva, Ercole Terzo; et un servo francese„. Per meglio allietare lo spettacolo, alla commedia furono intramezzati dei madrigali musicati dal Lasso.
Ma in Germania non può dirsi che i semi della Commedia dell'arte cadessero su un terrena fecondo. Invece, nel 1577 passò la Manica una Compagnia condotta da un Arlecchino mantovano, Drusiano Martinelli, fratello d'un ben più celebre Arlecchino, che chiamava sè stesso dominus Arlecchinorum, e, per essersi fatta tenere a battesimo dalla regina di Francia una figliuola, le dava della “commare„ e si sottoscriveva “Arlecchino compadre christianissimo„. Alla Corte di Elisabetta è probabile imparassero da lui ad improvvisare su semplici scenari, ed a comporne, i due buffoni rivali Tarleton e Wilson.