In settant'anni e non più, quanti passano dal convegno di Bologna alla fine del secolo XVI, la Reazione Cattolica è compiuta; i suoi effetti religiosi, morali, politici sono già manifesti, e se potessi indugiarmi tra via, varrebbe la pena di farvi vedere appunto accozzati dal caso al convegno di Bologna, che fu delle maggiori e più caratteristiche solennità del Cinquecento, i superstiti dell'età del Rinascimento cogli uomini destinati ad inaugurare la Reazione Cattolica.

Vi vedreste, per dir solo d'alcuni, il successore di Clemente VII, Alessandro Farnese, che dovrà, suo malgrado, aprire il Concilio di Trento, il Cardinal Gonzaga e Monsignor Giberti, ai quali spetterà in quel Concilio una parte importantissima, Gaspare Contarini, il generoso utopista della Conciliazione fra Cattolici e Protestanti, e insieme, Pietro Bembo, il maggiore rappresentante dei fervori letterari e dell'indifferenza religiosa del Rinascimento, e con altre gran dame italiane del tempo la principale di tutte, Isabella Gonzaga, che rappresenta il passato in quello che ebbe di più squisitamente artistico e gentile, mentre le damigelle della sua corte lo rappresentano in quello che ebbe di più spensieratamente giocondo, perchè quelle care ragazze s'abbandonano in quella occasione a tale intemperanza d'amori cosmopoliti da contarsi per le vie di Bologna fino a diciotto morti fra gli intraprendenti gentiluomini, che si disputano a colpi di spada i loro favori.

Ma non andrà molto, ripeto, e la Reazione Cattolica avrà trionfato, sicchè essa è già in tutta la sua forza, quando il Cinquecento è in sul finire e s'apre il Seicento, l'età, vale a dire, che è il colmo e l'espressione più legittima e più genuina così della piena servitù dell'Italia sotto la Spagna, come della rinnovata energia Cattolica, la quale ferma di colpo i progressi, rapidissimi in sulle prime, del Protestantismo e riconquista tanta parte del terreno o minacciato o perduto.

L'uno e l'altro di questi due aspetti del grande fatto storico, che stiamo esaminando, svegliano in noi, come uomini e come Italiani, tale tumulto di pensieri e di sentimenti, tal cumulo di dolorose memorie, tale impulso spontaneo anche di postume ribellioni; che comprimere tutto ciò in fondo all'anima per narrare e giudicare con la maggior possibile serenità non è facile. Tanto è vero, che a scrittori Italiani non è riuscito quasi mai, e fra gli stranieri, per citar qualche esempio recente, il Philippson, Tedesco, che espressamente se lo propone, scatta ad ogni momento, ed il Symonds, Inglese, se per altezza e sincerità di mente mette in piena luce tutta la vastità dell'argomento, non può trattenersi però, invertendo le parti, dallo scomunicare in nome del Rinascimento, di cui è innamorato, la Reazione Cattolica, ch'egli detesta.

Eppure si rischia così di fraintenderla o d'intenderla a mezzo!

Facciamoci ora una prima domanda. La Reazione Cattolica è essa tutta dovuta all'occasione, allo stimolo della ribellione Protestante Tedesca, od ha altresì altre cagioni, da questa indipendenti, e che sorgono spontanee dal seno stesso della Chiesa Cattolica? Sì, o signore, le ha; e se così non fosse, non credo che la sua forza sarebbe stata, come fu, così grande ed intensa.

Quando il Rinascimento è ancora in tutto il suo fiore, una specie di arcana preoccupazione, una specie di vago presentimento di guai imminenti, immalinconisce, loro malgrado, le fisonomie dei più caratteristici attori dello stesso Rinascimento. C'è mestizia, come ha notato il Carducci, sul dolce viso di Raffaello, corruccio su quello di Michelangelo, l'interna pena si tradisce nelle figure del Machiavelli e del Guicciardini, una tristezza invincibile e quasi ira nel sorriso dell'Ariosto e del Berni!

Per altri è peggio, e allarmati, ripeto, delle conseguenze che possono recare l'immoralità pagana e l'indifferenza filosofica del Rinascimento, s'agitano e promuovono, per quanto possono, un rinnovamento del sentimento religioso, che a questo tempo, in cui i limiti che separano il Cattolicismo dal Protestantismo non sono ancora del tutto determinabili e determinati, sa spesse volte di eretico e di Protestante, o per lo meno è trattato per tale, se non s'affretta a travestirsi, a confondersi nella Reazione Cattolica, come dimostrano due esempi solenni: quello del Cardinal Gaspare Contarini che, dopo avere inutilmente tentata una conciliazione fra Cattolici e Protestanti, va a morir solitario in un convento di frati a Bologna nel 1542, e quello del Cardinal Giovanni Morone, che, processato e carcerato per eretico sotto Paolo IV, finisce invece ad essere il diplomatico di fiducia di Pio IV e la maggior figura forse del Concilio di Trento.

Questo rinnovato sentimento religioso, che andava serpeggiando, a guisa di latente cospirazione, per entro la più elevata società Italiana del Rinascimento e che dovea avere di certo larghe diramazioni fra il popolo, il quale partecipò sempre poco coll'animo ad un moto, tutto di cultura e d'arte, com'era il Rinascimento, questo rinnovato sentimento religioso, dico, parve vicino a trionfare, sotto l'immediato successore di Leone X, sotto Adriano VI, l'ultimo Tedesco, anzi l'ultimo straniero, che abbia seduto sulla cattedra di San Pietro. È lui di fatto, che pronuncia la gran parola: occorrere che la riforma vada dal capo alle membra, e vi si accinge con tale severità e tenacità, che mette i brividi a tutti i gaudenti della Corte Romana, i quali si disperdono maledicendo a questo barbaro del Nord con un coro d'improperi e di beffe, di cui ci resta l'eco nella satira del Berni:

O poveri infelici cortigiani,