Per mia e vostra fortuna, signore, io non posso neppure compendiarvi la storia esteriore del Concilio di Trento, nonchè entrare nel merito delle sue discussioni. Il Concilio di Trento ebbe, come sapete, due grandi storici italiani, l'uno Fra Paolo Sarpi, l'altro, il cardinale Pallavicini, gesuita. Sono due storici classici, ma due storici di partito, e chi si colloca su questo terreno (una trista esperienza ce lo mostra ogni giorno) non può, non vuole nè conoscere, nè dire la verità. Tant'è che queste due storie sono non solamente l'opposto l'una dell'altra, ma il mondo Cristiano è, dice il Ranke, diviso in due nel giudicarle, nello stesso modo che è diviso in due nell'apprezzare pro o contro l'opera del Concilio di Trento.
Certo l'uno, il Sarpi, tira tutto al peggio e interpreta tutto sinistramente, l'altro, il Pallavicini, difende tutto e, scrivendo per confutare il Sarpi, non gli lascia passare una parola, un fatto senza contraddirlo, e dove la verità di ciò che ha scritto il Sarpi salta agli occhi, allora gira largo, o ricorre alle fiorettature, agli sbalzi, ai bagliori incerti dello stile, dei quali gli scrittori del suo Ordine sono sempre stati maestri, e nei quali in Italia purtroppo hanno fatto tanti discepoli.
In buona fede piena non lo sono nessuno dei due, perchè il Sarpi, acceso d'amore per la sua Venezia, che lotta contro le usurpazioni di Roma, detesta la Roma di Paolo V Borghese, quell'orgoglioso, che ha scritto il suo nome di famiglia sul frontone di San Pietro, non meno del Concilio di Trento, che ha costituita Roma qual egli la vede al suo tempo, ed il Pallavicini scrive per commissione del suo Ordine, ch'era stato il grande inspiratore e maneggiatore del Concilio di Trento.
Quanto a me però dico il vero, il Pallavicini lo intendo e me lo spiego. Tutto invece nel Sarpi, tranne il suo patriottismo Veneziano, mi rimane, come ad Edgardo Quinet, un enigma. Il suo libro somiglia al Principe del Machiavelli. Nel Principe, coi fatti della storia alla mano si mostra con che arti si fondi e si mantenga uno Stato in tempi corrotti. Nel libro del Sarpi si mostra con che arti si pretenda riformare una religione, quand'essa ed il tempo sono corrotti del pari.
Se non che il Machiavelli almeno ci avverte che la morale non ha da far nulla coll'arte di Stato, e che la religione sarebbe bensì un grande aiuto, se ci fosse, ma quando non c'è, si fa a meno anche della religione. Il Sarpi invece rimane sacerdote di questa religione; respinto anzi da essa, le rimane fedele a costo anche della vita e tutto ciò nell'atto stesso ch'egli scruta questa religione nelle sue fondamenta, la sorprende in peccato e la denunzia al mondo. Come si spiega questo mistero? Con motivi volgari, no certo, perchè questo povero frate non chiede nulla per sè, non esce mai dal convento, vive povero e virtuoso e muore, augurando soltanto alla sua Venezia di durare eterna. Ma è Protestante il Sarpi? è Cattolico? è un precursore di Portoreale e dei Giansenisti? anticipa puramente i giurisdizionalisti del secolo XVIII? è un precursore dei Vecchi Cattolici odierni? Noi sappiamo i suoi odii, perchè ce li ha detti lui. Delle sue predilezioni conosciamo soltanto quella a Venezia. Il resto è uno dei soliti enigmi del pensiero Italiano, che n'ebbe tanti in quei tempi.
Il Sarpi ha chiamato il Concilio di Trento l'Iliade del suo secolo, denominazione che può avere molti significati e gli è stata molto rimproverata. Considerandolo soltanto sotto l'aspetto umano e storico, mi pare però che sì per la lunga durata, come per l'importanza e le strane vicende, quella denominazione non gli disconvenga del tutto. Si protrasse per quasi ventidue anni, si adunò a intervalli per diciotto anni tre volte, senza contare la sua momentanea traslazione a Bologna nel 1547, fu interrotto da paci, da tregue, da guerre, e quando, dopo inconciliabili discordie fra i Padri stessi del Concilio, parve perduta ogni speranza di tenerlo unito e tirarlo a conclusione, fu appunto allora, che con uno sforzo eroico ed un'arte sopraffina approdò. Dopo di che ognuno giudicò dei risultamenti del Concilio secondo le proprie speranze, le proprie tendenze intellettuali e le proprie aspirazioni religiose, positive o negative che fossero.
A me basta dire che superato il disgusto del veder precorsi in quell'assemblea tutti gli artifizi, i lacciuoli, i giuochetti, i retroscena, le divisioni per gruppi e sottogruppi, le comparse che votano, le infornate che spostano le maggioranze, tutte le macchinette insomma del parlamentarismo moderno, e giudicando il fatto con criterio umano, ma pure ammettendo che i più dei membri del Concilio erano sinceri, dotti e di tutto cuore aspiranti ad una seria riforma della Chiesa, due forze mi sembrano aver prevaluto a far riescire il Concilio come riescì: i Gesuiti, tutta colpa o tutto merito dei quali è la inespugnabile rigidità dottrinale, in cui il Concilio si contenne, e la Corte di Roma, la cui finissima arte diplomatica rese essa sola possibile fra tante difficoltà politiche, che ad ogni poco l'interrompevano, la continuazione e la fine del Concilio.
Corrispose esso alle speranze degli spiriti più temperati fra i dissidenti e dei più elevati fra i Cattolici? Per me dico: no. Altri dirà: sì; e saranno due convinzioni egualmente rispettabili. Certo è che i risultamenti immediati, se si guarda soltanto al fine che ebbe Roma nel riunirlo, furono grandissimi. Determinato cioè per sempre il dogma Cattolico, ristabilita la gerarchia e la disciplina ecclesiastica, tolta la confusione d'idee, che fra gli stessi Cattolici regnava prima del Concilio, arrestate le tendenze centrifughe nazionali, l'autorità Papale riconosciuta superiore ai Concilii e grandemente aumentata, il clero inferiore sottomesso ai Vescovi, scartata ogni novità nel culto, dato al Papato un nuovo carattere, diversissimo da quello che ebbe nel Medio Evo e nel Rinascimento, migliorato coi Seminari il valor morale e intellettuale del clero, disciplinati i Conventi, imbrigliata la stampa coll'Indice.
In tutto questo è il bene e il male del Concilio. Quanto all'Italia, la sua servitù politica era già piena, allorchè il Concilio incominciò. Le si aggiunse ora la piena servitù del pensiero e della coscienza, con tutti i guai che ne conseguono alla civiltà, al carattere ed alla vita d'un popolo, e Roma ebbe fidi e terribili strumenti a quest'opera l'Inquisizione ed i Gesuiti.
Dei cinque Papi, che regnarono durante il Concilio di Trento, tre soli meritano particolare attenzione, Paolo III, Paolo IV e Pio IV. Degli altri due, Giulio III rappresenta una parentesi volgare nella Reazione Cattolica, e Marcello II, che regnò tre settimane, non potè se non dare il suo nome alla famosa Messa, con cui tra le prescrizioni e i divieti del Concilio il Palestrina riescì (e fu un grande trionfo) a portar fuori salva la musica sacra.