Ma notate bene, o signore, a conferma di quanto io vi diceva, che non due Papi zelanti, ma due Papi politici, Paolo III e Pio IV, sono quelli che iniziano e conducono a fine il Concilio.

Paolo IV, che sta fra i due, il fondatore dei Teatini e quegli che da cardinale persuase Paolo III a trapiantare in Roma l'Inquisizione Spagnuola, era troppo fiero e troppo invadente personaggio da sopportare l'aiuto del Concilio, sebbene fosse stato il leader della sua prima sessione, e non sapendo piegarsi neppure alla dominazione Spagnuola, tentò levarsela di dosso, gettandosi con uno scarso aiuto Francese nella più disperata avventura guerresca, che mai si potesse immaginare.

Per sua fortuna Carlo V, stanco e disgustato della sua stessa grandezza, aveva abdicato, e Filippo II, il suo successore Spagnuolo, era un Tiberio bigotto, che al Duca d'Alba, il quale guidava gli Spagnuoli, ordinò di trattare il Papa vinto, come se fosse stato vincitore. Da quel momento il Papa mutò; i nipoti, che avevano fomentate le sue aberrazioni politiche, furono esiliati; Roma, la Corte, la Curia, la Chiesa, la città si trasformarono sotto l'impulso di rigori, quali potea imporli un Paolo IV umiliato e forse pentito; l'Inquisizione in tutta Italia e in Ispagna fece il resto. In queste due nazioni fu quindi soffocata ogni velleità eterodossa, ma in questo tempo medesimo il Cattolicismo perde l'Inghilterra e la Scandinavia; quasi tutta la Germania è divenuta Protestante; la Polonia e l'Ungheria balenano; Ginevra s'atteggia a piccola Roma Protestante, e la Riforma è già in armi e già combatte in Francia e nei Paesi Bassi.

In tali condizioni cominciò a regnare Pio IV. Se non che ebbe un'idea chiara ed ardita: riaprire il Concilio, fidarsi ad esso in apparenza, ma regolarlo lui d'accordo coi Principi, persuadendoli che l'assolutismo Papale e l'assolutismo Monarchico erano l'uno il necessario sostegno dell'altro.

Troppo dovrei dire, se volessi mostrarvi che capolavoro diplomatico sia la condotta di Pio IV col Concilio e colle Potenze Europee in relazione al Concilio; con che mano leggera e vellutata egli sappia toccare tutti i tasti e far loro rendere il suono che gli conviene; come superi, ora cedendo, ora resistendo, ogni difficoltà. Fu aiutato dal cardinale Morone, indole mansueta e quasi timida, ma ferma, intelletto acutissimo, anima onesta e schiettamente religiosa e che, figlio del famoso cancelliere degli Sforza, l'arte diplomatica, si può dire, l'avea nel sangue. Fatto è che a fronte di questi due preti, Filippo II, il Duca d'Alba, Caterina de' Medici, il cardinale di Lorena, Ferdinando I non sono che dilettanti di bassa sfera.

Le discussioni nel Concilio sono tempestose; ogni giorno minaccia di sfasciarsi; e nondimeno tutto sempre ripiglia e finisce dove e come il Papa ha voluto. La satira contemporanea si sfogò a dire che lo Spirito Santo viaggiava in posta da Roma a Trento. Sarebbe stata del pari irriverente, ma più esatta, se avesse detto che da Roma faceva il giro d'Europa e portava a Trento la volontà del Papa, quand'era divenuta la volontà di tutti.

Così il Concilio potè chiudersi; così Roma ricostruì il suo colossale edificio, circondandolo di tali muraglie, appiè delle quali venne ad infrangersi l'onda, fino a quel momento irresistibile, della Riforma Protestante, e da questa rocca Roma uscì di nuovo con un esercito rifatto di entusiasmo, di disciplina e di fede e tutto stretto nella sua mano, come un'unica spada, alla riconquista del mondo.

Non direi il vero, signore, contribuirei anzi colle mie parole a darvi un falso concetto della Reazione Cattolica, se arrecassi tutti i suoi effetti prossimi e remoti a sola arte di regno, a sola finezza diplomatica della Corte di Roma. Ciò che assicura anzi quegli effetti è principalmente il fervore di quel nuovo sentimento religioso, ch'io dissi già ricomparso, quando il Rinascimento incominciava ad allarmare le coscienze più timorate; è una successione di Papi irreprensibili e di una terribile severità, come quella che va da Pio V, Gregorio XIII e Sisto V a Clemente VIII; è un clero presente in ogni dove e dopo il Concilio migliorato d'assai; è l'apparizione quasi simultanea di uomini di una fede ardente, di una carità veramente apostolica, di una abnegazione a tutta prova, quali Ignazio di Lojola, Francesco di Sales, Carlo Borromeo, Filippo Neri, il Calasanzio, il Saverio e tanti altri; è la riforma degli ordini religiosi antichi e la creazione di nuovi, dei quali si contano diciannove dallo scoppio della Rivoluzione Protestante nel 1521 alla pace di Vestfalia nel 1648; è la repressione inesorabile dell'Inquisizione e dell'Indice, che ne è una propaggine, la quale spegne ogni libertà di coscienza e di pensiero; è finalmente la furia di combattimento e di espansione dei Gesuiti. Tutto questo coopera ad un sol fine, obbedisce ad un solo comando, si muove com'un uomo solo, e se confrontate la nostra presente confusione ideale e morale con quella salda e tremenda compagine, sarà il miglior mezzo di convincervi non della nostra debolezza, chè forse non ne avrete bisogno, ma della enorme potenza di quella organizzazione.

Dell'Inquisizione, dico chiaro, mi ripugna a parlare. È un'instituzione abietta ed odiosa fino dai suoi principii, durante il Medio Evo, come ha tanto bene dimostrato di recente e con grande imparzialità un illustre storico Americano, Enrico Carlo Lea, e tale si conservò, anche quando, nel 1542 fu trapiantata in Italia.

Non è così dei Gesuiti. Per quanto è dato discernere il vero fra tanto furore di accuse e di difese, a cui furono fatti segno in ogni tempo, per quanto sembri provato che la Compagnia di Gesù incominciasse a deviare dal proprio instituto quasi subito dopo la morte di Ignazio di Lojola, per quanto sia certo che in progresso di tempo, inebbriata della propria potenza, ricca, intrigante, presente e agitantesi ovunque dalle reggie ai tuguri, ne deviò sempre più, e si corruppe e intristì nella setta; pure ne' suoi primordi, o in relazione almeno al momento storico, di cui ci stiamo occupando, quand'essa cioè incarnava ancora, al pari del Lojola, lo spirito cavalleresco e il misticismo Spagnuolo, l'uno e l'altro fecondati da un ardente ambizione, quando colla più strana mescolanza di pietà, d'abnegazione, di fanatismo, d'astuzia, d'energia selvaggia, senza scrupoli sulla scelta dei mezzi, come senza esitanza, si gettava a corpo perduto nella lotta, quando alla fine del secolo XVI si vedeva già sparsa nelle quattro parti del mondo, dominare in Italia, in Spagna, in Portogallo, guadagnare in Francia un terreno contrastatole palmo a palmo, e serrare da presso in Germania il focolare del Protestantismo da Vienna, da Praga, da Ingolstadt e da Monaco, non possiamo, comunque si pensi, difenderci da un sentimento d'ammirazione per questo audace manipolo d'uomini, che giustamente furono chiamati i Giannizzeri del Papato e della Reazione Cattolica. Esagera bensì il Macaulay attribuendo loro ogni merito d'avere salvato il Cattolicismo, fermati i progressi della Riforma e respintala dai piedi dell'Alpi alle coste del Baltico, perchè si dimenticano così Filippo II, l'Inquisizione, il Concilio di Trento, la Casa d'Austria e quella dei Wasa di Polonia, le grandi forze insomma, senza le quali poco o nulla avrebbero potuto Ignazio di Lojola e la sua milizia.