E chi si affacci a quel gran teatro della Chiesa Romana che è la piazza di San Pietro, si trova innanzi a quel periodo della storia e dell'arte. Alessandro VII erigeva i portici, Paolo V la facciata della chiesa, Sisto V trasportava l'obelisco e voltava la cupola, Innocenzo XI compieva le due fontane. E nell'interno, l'opera di Bramante era trasformata in quel secolo: prolungata la chiesa, mutandone la pianta da croce greca a latina, decorata di stucchi e di marmi, aggiuntovi il grande altare della confessione e la cattedra; e sugli altari, opere del Domenichino, del Guercino, dell'Algardi, de' più famosi artisti del secolo. E lì, nelle grandi tombe, giacciono per la maggior parte i papi di quel periodo, di cui le figure grandeggiano, non più distese sull'urna, ma ritte in piedi o sedute, fra gli svolazzi delle statue allegoriche, i drappi di marmi colorati, e il bronzo e l'oro, ostentando morti la grandiosità, la magnificenza ed il lusso che professarono vivi.

Interprete del sentimento e della vita romana, scultore e architetto officiale del papato, domina tutto quel secolo, tutta l'arte di Roma Lorenzo Bernini, che operò senza posa sotto nove pontificati. Egli fu detto corruttore, che meglio dovrebbe dirsi rigeneratore. Nelle acque stagnanti dell'arte con cui si apriva il secolo XVII, grande senza grandiosità, scorretta senza novità, egli portò il soffio potente del genio; la agitò, la mosse, fino a sconvolgerla in tempesta. Il grande, il magnifico, l'ingegnoso, l'appariscente, il maraviglioso, l'eccessivo, era lo spirito, l'ideale del tempo; e questo, Michelangelo meridionale, egli tradusse nell'arte. Non si guardi all'opera della vecchiezza, quando esaurite le forze, cercò nel bizzarro e nell'esagerato l'effetto; nè egli deve rispondere della turba scapigliata de' suoi seguaci; nè dei deliri dell'emulo suo, il Borromini, che gelosia pazza spinse a farsi della stravaganza una legge: ma nella gioventù e nella virilità egli seppe svolgere l'ideale del suo tempo entro i confini del bello; e come che si voglia giudicare quello stato della civiltà, egli ne fu certo il più grande interprete artistico. Ad una ricchezza esuberante di fantasia accoppiando una maravigliosa padronanza dei mezzi tecnici, egli profuse in Roma le sue opere immortali. La piazza di San Pietro, degna della cupola di Michelangelo, la scala regia del Vaticano, la fontana dei fiumi sulla piazza Navona, sono opere che sorpassano i termini dell'ingegno per entrare nel campo del genio. E i papi di quel secolo, dalla faccia marziale, dai mustacchi alla Wallenstein, dal pizzo alla cavaliera, sono ancora nei marmi da lui scolpiti assai più vivi che non quelli di nessun altro secolo.

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Ma se le città pigliano forma dal periodo della loro maggior grandezza e prosperità, che diritto aveva il secolo XVII d'imprimere a Roma le sue fattezze? Non ha forse periodi di maggior grandezza il papato?

Il secolo decimosettimo per la Chiesa e pel papato non fu senza gloria. Il distacco di tanti popoli dal Vaticano per opera della Riforma, aveva risvegliato nella Chiesa una vigoria di cui non la si sarebbe creduta capace. Fu un lungo periodo di guerra, che dev'essere perciò giudicato coi criteri che governano lo stato di guerra; a questo stato corrispondono la dittatura del papato, e i tribunali dell'Inquisizione, veri tribunali marziali. Il mondo cattolico fu messo in istato d'assedio. La politica del Vaticano non ebbe altro fine che di far argine allo estendersi della Riforma, di soffocare ogni favilla che minacciasse un nuovo incendio. Nessuna libertà, nessuna debolezza di fronte al nemico; ma unità di comando, ma obbedienza cieca, ma disciplina di ferro. E il nemico non era solo oltre i confini del mondo cattolico; chè il moto violento della Riforma aveva scosso tutta l'anima cristiana, agitato gl'intelletti, turbato le coscienze; e d'ogni parte pullulavano dottrine violente, bizzarre, contrarie, minacciando di rompere l'organismo cattolico, di dissolvere l'unità della Fede. La gerarchia episcopale era strumento insufficiente alla urgenza, alla gravità dei bisogni e dei pericoli. I nunzi apostolici, vero Stato Maggiore della Chiesa, teologi e canonisti, abili diplomatici, recavano a principi e a vescovi la parola del Papa, trattavano i più ardui negozi, stringevano alleanze, portando nel grembo, ora pieghevoli ora alteri, benedizioni e scomuniche. Gli Ordini Regolari, e sopra tutti i Gesuiti, posti sotto la diretta dipendenza del Papa, formavano la milizia mobile della Chiesa. Predicatori dai pulpiti, maestri nei collegi dei nobili e nelle scuole del popolo, assistenti negli ospedali, accorrenti dove ci fossero piaghe da lenire e miserie da sollevare, ad ogni bisogno della società corrispondeva l'Ordine, la Congregazione religiosa. La riforma interna della Chiesa, invocata invano per secoli dai Santi e dai popoli, ordinata dal Concilio di Trento, ebbe in gran parte nel Seicento la sua esecuzione. In quella guerra fieramente combattuta colle armi spirituali e le temporali, fu salva bensì l'unità della Fede, ma a prezzo del pensiero soffocato, della libertà strozzata.

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Ma altro è la storia del papato altro è quella di Roma.

Città e papi non vissero nel medio evo di buon accordo; ma fu anzi un avvicendarsi di lotte e di convenzioni malfide. Ora i papi stettero in Roma racchiusi sospettosamente entro le mura della città Leonina, ora trasportarono altrove la loro sede. Col ritorno di Martino V, e meglio nel 1443 con quello d'Eugenio IV, ultimo papa cacciato dai Romani, i papi si stabilirono definitivamente in Roma. Ma la città e la Curia erano due cose distinte. Da una parte la vecchia popolazione scarsa di numero e di ricchezza; baroni, rozzi e guerrieri, che risiedevano spesso ne' loro castelli; nobili famiglie cittadine, date la maggior parte alla pastorizia e all'agricoltura, non ricche e prive di coltura e d'arti civili; plebe irrequieta e miserabile. Questa era la città che attorniava il Campidoglio. Dall'altra parte, al Vaticano, c'era un santuario, e una corte ecclesiastica: una specie di convento, dove le istituzioni permanevano intatte, e un popolo di celibi vi passava dentro senza lasciare nè nome nè discendenza. Come nel palazzo pontificio, così in quelli de' cardinali, e ne' palazzetti de' protonotari apostolici, degli abbreviatori, degli officiali della Curia, continuamente cambiavano gli ospiti; mutava nome il palazzo, e spesso anche la piazza che gli stava innanzi e la strada; i potenti, i ricchi di ieri, sparivano senza lasciar traccia, nuovi sottentravano diversi di paesi, di costumi, di lingue, mentre altri s'affollavano, nella speranza di raccoglier presto la successione. Quando il Papa e la Curia si allontanavano da Roma, la città ne restava pressochè deserta.

Nello splendido pontificato di Leone X e sotto Clemente VII, alla vigilia del Sacco, ho trovato per un documento che vedrà in breve la luce, che la popolazione di Roma superava di poco i cinquantacinquemila abitanti; se ne togli la Corte papale e quelle dei cardinali, e i prelati e le corporazioni religiose e i seguaci della Curia Romana, Romanam Curiam sequentes, tutta cioè la popolazione mobile raccolta intorno al papato, di Roma non resta che un grosso villaggio. Dopo il Sacco, cioè nel 1528, la popolazione di Roma era ridotta a poco più che trentamila abitanti. Ma da quel punto incomincia un lungo periodo di pace, interrotta solo dalla breve guerra del reame sotto Paolo IV; i baroni son ridotti a vivere civile; si ordina a poco a poco lo Stato, e l'autorità s'accentra maggiormente, dopo il Concilio di Trento, nelle mani del papa. Ridotto, per la Riforma, il suo carattere d'universalità, la Chiesa diviene principalmente latina, si afferma ostentatamente romana; e nella grandezza esteriore e nella pompa essa cerca di nascondere, se non di compensare, le gravi sue perdite.

Tre papi del Seicento, cosa non più vista da parecchi secoli, sono romani di nascita.