Il celibato della Curia impediva il costituirsi in Roma di nuove famiglie, il formarsi d'una nuova città. Venne il periodo del nepotismo. Il frazionamento dei popoli in piccoli Comuni e in piccole signorie, rese possibile a pazzi ambiziosi di tentare, con intrighi diplomatici, con tradimenti, con armi raccogliticce, di formare a beneficio delle loro famiglie uno Stato. Ma dei papi del Rinascimento, nessuno lasciò in Roma una grande famiglia; e gli ambiziosi nepoti dei Cibo, dei Borgia, dei Della Rovere, dei Medici, dopo avere sconvolto mezza Italia, scomparvero dalla città eterna coi papi a cui s'appoggiava la loro potenza. Cresceva la Curia di ricchezza e di splendore, aumentava la popolazione mobile; ma la cittadinanza stabile delle famiglie restava presso a poco la stessa.
Nè la città nuova si sarebbe formata, se non era il trasformarsi del nepotismo papale da politico in domestico. Quando, per le condizioni politiche d'Italia, era follia il tentare di formare alla famiglia uno stato, i Papi volsero l'animo a fondar ciascuno in Roma una grande famiglia principesca, che gareggiasse di ricchezza e di fasto colle Case regnanti. L'esempio del nepotismo papale seguirono cardinali e prelati, e tutti si diedero a fondare in Roma una famiglia in linea trasversale, quando non potevano in linea diretta. Da circa trentacinque mila abitanti, la popolazione saliva nel 1600 a circa centodiecimila. Continuava poi più lentamente ad aumentare per tutto il Seicento: nel 1650 superava i centoventiseimila, nel 1700 s'avvicinava ai centocinquantamila.
La nuova forma del nepotismo papale non fu sul principio più fortunata dell'altra, e i nepoti del Carafa finirono tragicamente. Rimase però la famiglia Buoncompagni; rimase, benchè non durasse a lungo, la Peretti o Montalto fondata da Sisto V, e imparentata colle due case baronali de' Colonna e degli Orsini; e quella degli Aldobrandini, che rientra pure nel secolo successivo.
Al secolo di cui discorriamo era riservato di fondare la più gran parte della nuova aristocrazia: dodici pontificati, uno de quali durò meno che un mese, lasciarono nove grandi famiglie. Convien dire però che una di queste, la Odescaichi, non venne in grandezza per opera del papa, Innocenzo XI, severo promotore di moralità nella Chiesa, e nella riforma del costume severo talora fino al grottesco. L'ultimo dei papi del Seicento, Innocenzo XII, Pignatelli, nobile figura di pontefice fu immune dal vizio de' suoi predecessori, e non volle presso di sè i suoi parenti; gli altri furono tutti macchiati di quella pece: e se Alessandro VII, Chigi, nel cardinalato censore austero del nepotismo, sul principio del pontificato tenne lontani i parenti, cedette poi alla corrente, lasciando a compiacenti consiglieri la cura di giustificare in lui quello che negli altri egli aveva condannato. Nella via del nepotismo nessuno arrivò agli eccessi del Barberini (Urbano VIII), nella persona del quale il papa parve un accessorio del principe. Per opera del nepotismo, uomini senza capacità, nuovi de' pubblici negozi, occupavano d'un tratto tutte le cariche più alte e lucrose, e il cardinal nepote governava lo Stato, infeudato ad una famiglia. Le entrate della Camera Apostolica servivano alla grandezza della famiglia papale, e lo Stato s'immiseriva per formare quella nuova aristocrazia. Diciassette milioni di scudi d'oro diceva papa Odescalchi essere costato già quel nepotismo: e in seguito costò dell'altro. E si vide perfino una donna avara e intrigante, donna Olimpia Maidalchini, regnare in Vaticano, dominando il debole cognato Innocenzo X, e la corte bizantineggiare in una umiliazione di pettegolezzi e di scandali, che davano largo pascolo ai lazzi e alle risate di maestro Pasquino.
La parte di Roma coperta di fabbricati, entro il vasto recinto aureliano, colle vie anguste e la popolazione densa, non aveva spazio per le nuove reggie, per le grandi chiese di questa nuova aristocrazia papale, dominata dall'idea del grandioso e del magnifico. E però la città, sorta e cresciuta sui sette colli, poi nel medio evo discesa al piano e distesasi lungo il fiume e intorno al colle capitolino, e nel Rinascimento piegatasi verso il ponte Sant'Angelo, porta del Vaticano, nei rioni di Parione e di Ponte, si allargava con Sisto V al Quirinale, al Viminale, all'Esquilino, e coi successori occupava con immensi edifici, sul Quirinale e nel Campo Marzio, l'area già coperta d'orti e di vigne. Nei palazzi edificati dalle famiglie pontificie noi possiamo seguire quasi ad uno ad uno i pontefici del Seicento. Apre la serie un papa che dopo aver regnato otto anni nel secolo XVI, entrò con soli cinque nel XVII, cioè Clemente VIII, Aldobrandini; e il suo palazzo era quello oggi Salviati, sul Corso. Dopo Leone XI, Medici, che regnò meno di un mese, ecco il primo papa secentista, Paolo V Borghese, romano, col suo splendido palazzo di Campomarzo; poi quello incominciato dai Ludovisi, oggi sede del Parlamento Nazionale; il Barberini, una vera e splendida reggia; il Panfili in piazza Navona, che forma un complesso principesco colla chiesa di Sant'Agnese e le stupende fontane; il Chigi, sulla piazza Colonna, per l'edificazione del quale fu allargata e dirizzata la via del Corso, che divenne da allora la principale della città; il Rospigliosi sul Quirinale; l'Altieri sulla piazza del Gesù. Non parlo di quello dell'Odescalchi, che non fu edificato, ma acquistato più tardi dalla famiglia, nè di quello Ottoboni, oggi Fiano, che s'incominciò a riedificare, ma che rimase interrotto per la morte troppo sollecita d'Alessandro VIII.
Alla grandezza e magnificenza esterna di questi palazzi, corrispondeva il lusso e la pompa interna. Splendide sale decorate di stucchi, di dorature, di affreschi, mobili riccamente intagliati, tavole ornate di bronzo e di marmi, grandi storie d'arazzi, cortinaggi di stoffe fiorate, tutto quello che dessero di più sontuoso le arti e le industrie italiane e straniere. Ma non bastava di raccogliere il meglio che quell'età, producesse; i cortili e le scale eran ridotte a musei di statue e di marmi antichi, e dalle pareti delle sale pendevano dipinti di Raffaello e di Tiziano, de' più grandi pittori dell'età scorsa, e i palazzi ducali di Ferrara e d'Urbino, e i minori de' principotti delle Marche, dell'Umbria, delle Romagne, si spogliavano per ornare la splendida sede della famiglia papale, e l'onnipotenza del cardinale nepote si adoperava a raccogliervi libri e codici preziosi, traendoli dalle antiche corti principesche, dai conventi, dalle chiese, dalle abbazie, e formando così, tra altre minori, le biblioteche famose dei Barberini e de' Chigi.
Ai palazzi magnifici corrispondevano non meno magnifiche le ville Aldobrandini, Borghese, Ludovisi, Barberini, Panfili; e sui colli ameni d'Albano e del Tuscolo più sontuose e più splendide quelle degli Aldobrandini, di Paolo V, del cardinale Borghese, dei Ludovisi, dei Barberini.
Col costituirsi delle famiglie papali, Roma acquistava così la stabilità delle città laiche, incominciava a vivere di vita propria. Intorno a quelle si stabilivano interessi durevoli e tradizioni e costumi, si formava una cittadinanza romana accanto alla mobile della Curia papale.
Ma disgraziatamente questa nuova aristocrazia, se non aveva uguali nella ricchezza e nello splendore, era per ogni altro titolo troppo diversa da quelle gloriose dell'antica Roma, di Venezia, d'Inghilterra. Venuta su non per valore d'armi, o per merito d'opere e d'ingegno, non per attività di commerci o d'industrie, ma per favor di fortuna, essa non aveva nè tradizioni da conservare, nè fini da raggiungere. Assicurata l'integrità del patrimonio di primogenito in primogenito colla istituzione del fidecommesso, esclusa da ogni partecipazione alla vita pubblica, riservata unicamente al clero, ad essa non restava altro pensiero che del come spendere le accumulate ricchezze, come impiegare i suoi ozi infecondi. Se qualche personaggio ragguardevole diede l'aristocrazia romana, ciò avvenne nonostante le istituzioni e non già per esse. Aristocrazia d'apparato, decorativa, essa adempiè egregiamente a questo suo ufficio.
Come le commedie scritte pei collegi senza donne, così la storia di Roma è per lo più storia di soli uomini. Dopo Lucrezia Borgia, di cui la figura bionda s'intravede in seconda linea tra le ampolle di veleni e i pugnali, nessuna ne apparisce, per tutto il Cinquecento nella corte di Roma. Nè c'era posto conveniente alla donna in una corte ecclesiastica. Ma nel Seicento, collo stabilirsi della nuova aristocrazia laica, essa non vi si trova più fuor di luogo. Dopo donna Olimpia, un'altra entra nella vita di Roma, argomento di tutti i cicalecci, oggetto di tutti gli sguardi, portandovi coll'ingegno arguto e la non comune coltura la bizzarria, la violenza, l'indocilità nativa del suo carattere. Abdicato il trono, abiurata la religione luterana, Cristina regina di Svezia, era condotta trionfalmente a Roma dai Gesuiti. Il lato interno della porta del Popolo, colla grande iscrizione: Felici faustoque ingressui, resta ancora a monumento della sua entrata solenne. Ma quale non fu il disinganno del papa e della Corte di Roma; che quando pensavano di poter profittare della regia neofita a edificazione dei fedeli e richiamo dei protestanti, dovettero invece affannarsi a coprire gli scandali, a riparare le stravaganze di quel cervello balzano. È curioso di conoscere come la reale neofita giudicasse quella Roma papale, dalla quale era stata accolta con tanta festa. “Non crediate, scriveva alla contessa di Sparre, che quantunque io sia in un paese abitato già dai più grandi uomini della terra, e dove ancora restano maravigliosi, splendidi avanzi delle azioni di quegli eroi, non crediate, mia bella, che sia questo il paese de' sapienti e degli eroi, nè l'asilo degl'ingegni e della virtù. O Cesare, o Catone, o Cicerone! o padroni del mondo, la vostra patria così illustre per le virtù e le imprese vostre, doveva dunque, per vituperio e sventura dell'umanità, cadere un giorno in preda all'ignoranza grossolana, alla cieca e assurda superstizione! O bella contessa, qui non ci sono che statue, obelischi e palazzi sontuosi, ma uomini non ci sono.„ Non c'è male, per una neofita! Ma quale che fosse il suo giudizio sulla Corte e la società romana, essa trovò pure da divertircisi, e rifarsi del tempo speso in patria ad ascoltar prediche. “Le mie occupazioni qui, essa scriveva, sono di mangiar bene, dormir bene, studiare un poco, chiacchierare, ridere, veder le commedie francesi, italiane e spagnole, e passare il tempo piacevolmente. Infine non ascolto più prediche: secondo che sentenzia Salomone, tutto il resto è sciocchezza; perchè ciascuno deve viver, contento, mangiando, bevendo e cantando.„ E in certe postille fatte a margine d'un'edizione del Principe di Machiavelli, dove questi dice che i Collegati d'Italia tenevano gli uni pel Papa gli altri pe' Veneziani, essa notava: “Oggi, chi teme più il Papa?„ Tale era l'acquisto che, per opera de' Gesuiti, aveva fatto la religione!