Cristina destò nelle famiglie aristocratiche una gara di spettacoli e di feste. Erano commedie dai Panfili e dai Barberini, erano tragedie al palazzo Mazzarino, erano melodrammi ne' palazzi de' cardinali; dei quali però la regina, col suo sacro orrore per le prediche, si doleva talora, che fossero delle prediche in musica. Protetto dalla regina, l'Alibert democratizzava il teatro, facendolo discendere dalle sale principesche alle sale a pagamento. Alessandro Cecconi, detto per antonomasia Alessandro, virtuoso di musica, era l'astro più fulgido delle feste romane. La regina stessa imparava musica. Al palazzo Riario alla Longara, dove oggi è il palazzo Corsini, era un continuo succedersi di serenate, di giostre, di spettacoli, di saltatori e di saltimbanchi. Ivi la regina fondava l'Accademia d'Arcadia, in cui la poesia si sposava alla musica; e i poeti, primo fra essi il Guidi, gonfiavano di vento, in onore, della Pallade di Svezia, le vesciche delle loro canzoni. Corteggiata da una schiera di cardinali, circondata di nobili spiantati, e di ribaldi riparati nella franchigia del suo palazzo per salvarsi dai birri, tra i musici, i poeti e gli alchimisti, più volte partitasi da Roma e più volte tornatavi, gelosa degli onori reali, lorda del sangue di Monaldeschi, la Regina che aveva costato ai papi tanto danaro, morì finalmente, nel 1689, liberandoli da infiniti fastidi, e procurando al popolo l'ultimo spettacolo, quello de' suoi funerali. Si celebrarono per l'anima della regina ventimila messe!

Le feste mondane di Roma ebbero una interruzione sotto il pontificato dell'austero Odescalchi. Sollecito di sollevare la dignità del pontificato, alle pretese di Francia resistè virilmente; il marchese di Lavardino suo ambasciatore, minaccioso e in arme dentro Roma stessa, scomunicò. Egli vagheggiava di far di Roma un convento. Fra i suoi provvedimenti per la riforma del costume, noterò l'editto con cui ordinava “che nessuna zitella, vedova o maritata, di qualsivoglia stato, grado e conditione, possa imparare a cantare, nè Professore alcuno, Musico, Regolare o Secolare, possa più alle suddette insegnare la musica, sotto pena di scudi cinquanta.„ Ma più che ogni altra cosa gli stava a cuore la verecondia del vestire. Mandò fuori editti feroci, ordinò a' confessori di non assolvere le donne che non vestissero colla debita modestia. E ciò non bastando, gettò improvvisamente i birri addosso alle lavandaje, e fece loro sequestrare tutte le camicie che fossero aperte al collo e non avessero lunghe le maniche. Ma ne venne un guaio. Molte, per quella fiera ordinanza, rimasero con quella sola che portavano indosso.

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Come le principali famiglie dovevano la loro grandezza all'improvvisa fortuna, così la instabile dea era venerata nella città eterna assai più che non il lavoro intelligente e perseverante. Industrie non c'erano: le antiche famiglie della nobiltà cittadina vivevano, come ho detto, dell'agricoltura primitiva e della pastorizia che esercitavano nei latifondi della Campagna romana; i bisogni della Corte e dell'aristocrazia mantenevano il piccolo commercio. Ma chi lavorava per vivere era tenuto quasi in disprezzo: la via degli onori e della fortuna era quella delle dignità ecclesiastiche, l'arte più proficua quella d'entrare in grazia ai potenti. Le famiglie cittadine avviavano un de' figli per la via del sacerdozio, e in esso speravano: un prelato in casa era una provvidenza che la nobilitava e ne alzava le sorti. Un immenso servitorame sparlava de' padroni che lo sfamavano, e nelle oziose anticamere pullulava la pasquinata mordace. Poichè al torso famoso si è fatto un onore immeritato rappresentandolo come censore e vindice popolare: ora scipito, ora arguto, esso è ordinariamente un passatempo di sfaccendati, l'eco de' cicalecci delle sacrestie e delle anticamere de' palazzi. Più in basso una plebe miserabile, indolente, superstiziosa, che applaudisce o fischia lo spettacolo delle pompe continue, e che s'affolla, si pigia, si schiaccia a raccogliere le briciole cadute dalla mensa dei grandi. Eppure non può sfuggire all'osservatore che quella plebe, per quanto tenuta a vile, è però già cresciuta di grado. Nelle corti del Rinascimento, generalmente, la plebe, degna prima che nasca di morire, secondo l'espressione dell'Ariosto, non ha valore neppure come spettatrice: essa è tenuta lontana dalle feste di Corte, o se v'interviene nessuno si dà pensiero di quel ch'ella pensi o dica. Tocca ai palafrenieri e ai valletti di tenerla indietro coi bastoni, o ai birri di trarla in prigione. Adesso la plebe forma la platea, i grandi ne studiano l'approvazione e l'applauso, e il cronista ne prende nota con compiacenza. È un personaggio abbietto, ma è pure un personaggio.

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In un secolo passionato del fasto, delle pompe, della magnificenza, Roma tenne incontrastata il primato, fu il più gran teatro del mondo. Quella scena di colonnati, di facciate enormi di travertino, di palazzi grandi come reggie, di fontane sonanti nelle grandi conche, di colonne, di obelischi, di statue, e l'interno delle chiese, cariche d'oro e di marmi, fra gli angeli volanti sulle nuvole e i santi agitati da celesti bufere, era la scena che ci voleva per quelle grandi azioni coreografiche scintillanti d'oro, splendide di colori. Era una continua successione di grandiosi spettacoli, un passaggio continuo di maraviglia in maraviglia. Alle annuali solennità del Vaticano dove il Vicario di Cristo, il rappresentante della divinità sulla terra, appariva in una grandezza e maestà che pareva trascendere l'umano, si aggiungevano frequenti le solennità straordinarie, le creazioni di cardinali, le morti di papa, i possessi del papa nuovo, i giubilei, le entrate solenni degli ambasciatori, i ritorni dalle caccie. E qui, come al cuore del mondo cattolico, si ripercuotevano tutti gli avvenimenti d'Europa: nascite e morti di regnanti, paci e trattati, vittorie sugl'infedeli. Agli occhi del popolo, abituato a quel succedersi continuo di solennità, spariva la ragione della festa, e la festa sola restava. Tutto era buono ugualmente: il catafalco e la benedizione, la luminaria e la processione, la cavalcata e i fuochi d'artificio. Esso contava le carrozze e le torcie, giudicava la ricchezza de' parati e delle livree. Ma specialmente gl'importava che si distribuisse pane, si gettasse in quantità moneta bianca o d'argento, ci fosse da mangiare e da bere, e da saccheggiare le macchine de' fuochi d'artifizio. L'antico panem et circenses era il motto della Roma del Seicento. Il popolo amava i papi vecchi, perchè davano speranza di spettacoli prossimi.

Meglio che dai volumi degli storici, lo spirito e la vita romana di quel secolo risulta dagli avvisi e dalle cronache contemporanee; e andrò perciò spigolando qua e là da queste fonti inedite quello che meglio giovi all'intelligenza di quei costumi.

Le potenze cattoliche sentivano quanto in Roma valesse il lusso e la pompa, e però miravano, per mezzo de' loro ambasciatori, a sopraffarsi l'una l'altra, e imporsi alla Curia. Le descrizioni delle entrate solenni degli ambasciatori paiono racconti delle Mille e una notte. Restò famosa, pel numero de' cavalli e la ricchezza de' costumi persiani, quella dell'Oratore di Polonia nel 1643; il cardinale de' Medici, ambasciatore di Toscana, entrava nel 1687 con centododici carrozze tirate ciascuna da sei cavalli, cioè seicentosettantadue cavalli. I principi Colonna, grandi di Spagna, sfoggiavano ogni anno nella cavalcata con cui portavano al Papa il tributo della chinea, e la sera sulla piazza de' Santi Apostoli s'incendiavano fuochi d'artifizio con macchine di sempre nuove invenzioni, delle quali fortunatamente ci rimangono le stampe, ora d'argomento simbolico, ora mitologico, ora biblico ed ora cavalleresco.

E le fontane di vino, che si direbbero una fantasia di bevitori che sognino il paradiso, erano il compimento obbligato di quelle allegrezze continue, con accompagnamento ugualmente obbligato di gente schiacciata e di costole rotte. Le fontane solevano ornarsi riccamente e con bizzarre invenzioni. Sulla piazza di Spagna, che per la splendidezza degli ambasciatori di quella nazione era il teatro delle feste più sontuose, la sera dei 29 di giugno 1690 s'ammirava una fontana bellissima, e davano da bere al popolo sei gobbi con ramini inargentati. Quella novità dei gobbi parve un'invenzione di spirito; ma ordinariamente erano i servi, in fastose livree, che ministravano al popolo intorno al bancone o allo steccato da cui la fontana era recinta.

Altra volta l'aquila bicipite dell'impero versava vino da' suoi due becchi; ma nell'aprile del 1687, per la ricuperata salute del Re di Francia, eran fontane di vino alla Trinità de' Monti, sulla piazza del Popolo, a piazza Madama, riccamente ornata di torcie e di gigli, e a Campo de' Fiori, “con gran giubilo de' birbanti, narra un cronista, et copia di imbriachi et gran concorso di popolo.„ Come può imaginarsi, con quel po' di vino in corpo, le feste finivano spesso in tumulti; così avvenne nel 1680 per la venuta dell'Ambasciatore di Polonia: che dopo i fuochi d'artifizio e la fontana di vino, incominciò una tremenda sassaiolata del popolo contro i Polacchi, con buon numero di morti e feriti. E il peggio era quando, alcune volte, le dame, nell'ebbrezza della festa, dalle finestre e dai balconi gettavano al popolo merangoli, canditi, pasticcini e perfino i guanti, gli scuffini e gli scacciamosche.