I grandi erano spettacolo al popolo, e il popolo ai grandi, che si divertivano a vederlo azzuffarsi e rompersi le costole per un bicchier di vino, per un candito, o per un mezzo giulio, coll'avidità brutale della miseria. Nel febbraio 1662, l'Ambasciatore di Spagna fece nella piazza dello stesso nome una macchina che mai non s'era veduta l'eguale. Il carro del Sole con quattro superbi cavalli, che doveva muoversi e rappresentare la levata e il tramonto, e due fenici, e selve, e grotte con leoni e un albero di palma e cento altre meraviglie.

La macchina era appoggiata al palazzo di Propaganda; e a far più bello lo spettacolo, l'ambasciatore aveva pubblicato che, finito il fuoco d'artifizio, macchina, torcie, sole, cavalli, travi, mille tavole di castagno, ogni cosa infine andrebbe a sacco, e chi piglia piglia. Nessuno volle restare a casa, e “di certo, dice un cronista, sariano succedute gran morti e ferite„ specialmente nella lotta del popolo cogli operai addetti alla macchina e co' soldati spagnuoli che la circondavano, i quali avrebbero voluto esser soli al bottino. Ma accadde che gli operai che eran dietro al castello, nel sollevare il sole sbagliassero un movimento; e i luminelli e i razzi appiccarono fuoco alla macchina, con gravissimo pericolo che s'appiccasse a Propaganda e alle case circostanti. La fuga del popolo e delle carrozze, delle quali la piazza era stipata, fu, anche per quei tempi, qualcosa di spaventoso.

Nelle feste di Francia, di Spagna e dell'Impero, facevano luminarie, fuochi, spari e fontane di vino non solo gli ambasciatori, ma i loro affezionati, e clienti, principi e cardinali; e nelle gare dei partiti, che procuravano al popolo sollazzi continui e sempre più splendidi, s'avverava il proverbio che tra i due litiganti il terzo gode. Ed esso era sempre del partito di chi facesse le fontane di spillo più grosso, più sfarzose le macchine, più ricche le livree. Ma quando nel luglio del 1688 giunse a Roma l'annunzio della nascita di un maschio al re d'Inghilterra, allora, non bastando il bere, si volle anche dar da mangiare al popolo; e nella piazzetta di San Girolamo della Carità, dov'era la Chiesa della Trinità degl'Inglesi, e presso al palazzo del cardinale di Norfolch, fu alzato nel mezzo un terrapieno dell'altezza di un uomo, recinto d'uno steccato; e su quello, sopra due assi, infilzato ad un enorme spiedo un giovenco intero, ripieno di castrati, capretti e galline, che due uomini giravano sopra una fornace di carboni. La cucina omerica durò dalle cinque alle venti ore; e allora comparve sul terrapieno un uomo vestito di bianco, con un gran coltellaccio in mano, che, tagliate le parti migliori del giovenco, le mandò ai padroni dei palazzi vicini; e dopo, due uomini con casacconi di tela rossa e gran berrettone in capo, incominciarono a tagliare pel popolo, a cui gettarono pezzi di carne con mezze pagnotte di pane bianco. Chi può imaginare la ressa e il tumulto di quella piazzetta! Ma, nota il cronista, “poco buona detta carne, e puzzolente, per non haverla saputo cuocere.„ Ivi presso, nella via di Monserrato, presso il Collegio degl'Inglesi, era una fontana di vino bellissima coll'arme del Re, e la sera furono accese trecentosei torcie e gran numero di fiaccole, e spari e razzi che fu un inferno.

Simile cocitura di bove fu fatta fare dall'Agente d'Inghilterra, che abitava sulla piazza della Trinità de' Monti, ma là le cose non passarono così liscie. “Successo, scrive con molta indifferenza il cronista, il rubbamento di tutto il bove già arrostito, sassajolata horribile con molti feriti, due morti et sbirri fuggiti.„

Anche nelle due sere seguenti ci furono a Monserrato, avanti al palazzo del cardinal d'Inghilterra, fontane di vino, trombe, timpani e razzi a mano; ma poco fu il concorso del popolo, poichè in quelle sere stesse l'Ambasciatore di Spagna festeggiava con fontane di vino e fuochi artificiali l'onomastico della regina Anna Luigia.

Fu uno splendore! Dietro alla fontana della Barcaccia sorgeva uno scoglio alto sessanta palmi, in mezzo al quale era Angelica, legata i piedi e le mani: un enorme drago usciva colla bocca aperta per ingoiarla, e in aria era un cavaliere armato di lancia. Seicento torcie, su tripodi di legno, rischiaravano la piazza, e il popolo occupava la via Condotti fino a piazza Borghese. Fu una vista, narra il cronista, mirabilissima. Il dragone ebbe un bel gittar fiamme contro la giovinetta, che il cavaliere lo fulminò colla lancia e la liberò! Morta nella letteratura la poesia cavalleresca, essa però viveva tuttavia più che mai rigogliosa come ispiratrice delle arti, e argomento di spettacoli pubblici.

Così i nostri avi si spassavano allegramente: e l'anticamera fruttava meglio che l'officina; e il vivere in ozio non impediva di buscarsi una minestra alla porta de' conventi, e vino e pane e qualche giulio nelle occasioni solenni.

Qualche volta però si facevano ai poveri delle burle non molto piacevoli. Nel maggio del 1685 i poveri accorsi per la distribuzione all'ambasciata di Francia, che era al palazzo Farnese, vi furono serrati dentro; e dopo lungo tempo, riaperte le porte, licenziati senza un centesimo.

E solennissima era la festa della incoronazione dei nuovi papi, in cui si faceva in Vaticano larga distribuzione di danaro, che si ripeteva poi ogni anno nell'anniversario in proporzione minore. Si dava mezzo giulio a ciascuno che si presentasse a richiederlo, e la somministrazione aumentava per ciascuno dei figli: le donne incinte contavano per due. Come può imaginarsi, si prestavano, si affittavano i figli, e i guanciali moltiplicavano le gravidanze. Le più procaccianti riuscivano a ripresentarsi più volte, e mettere insieme un bel gruzzoletto d'argento. Alla distribuzione di danaro si sostituì quella del pane; ma il popolo ne fu malcontento, e si tornò all'uso antico. Il costume è durato tanto, che rientra ne' miei ricordi d'infanzia. Triste ricordo quelle turbe di megere co' bambini sulle braccia, co' ragazzi alle gonnelle, urlanti, incalzanti in una gara furiosa, dove era premiata l'impudenza e l'inganno.

Pane e spettacoli! Dalle incoronazioni si passava, collo stesso animo, ai funerali, dove alla porta del palazzo o della chiesa si distribuiva l'elemosina, e si rissava per le candele. I giubilei o anni santi erano fonte di nuovi guadagni e di spettacoli nuovi. Nel 1675 dalle città e dai paesi circostanti affluivano a Roma confraternite in processione; quella del SS. Sacramento di Viterbo, centoventi persone, entrava solennemente dalla porta del Popolo fra una calca infinita, col cappuccio calato, ed un teschio in mano. Ma le Compagnie che venivano così devote e compunte alle tombe degli apostoli, poi s'azzuffavano fra di loro, e i bordoni da pellegrini divenivano arme da guerra. Pareva il campo d'Agramante. Risse a San Pietro, risse a San Giovanni, risse per le strade, e seguito di morti e feriti.