Differiscono altresì i metodi.
Il metodo degli utopisti è evolutivo, accettando anche la rivoluzione come un momento dell'evoluzione istessa; il metodo della Ragion di Stato è preservativo, e ne' casi pericolosi ricorre a Sallustio: Imperium his artibus facile retinetur, quibus initio partum est.
L'Italia è la terra classica delle utopie, che nascono spontanee in un paese che ebbe dominio universale e cadde nella peggiore servitù. Ma l'utopia tipica — come ho detto — è quella che nasce nel secolo XVII, sotto la servitù ispana e in mezzo ai politici servili.
Entrando nella Città del Sole, che è un'isola oceanica, troviamo a guida un pontefice che non è il papa, un culto che non è quello di Roma, armi che non sono un esercito stanziale, una libertà che non è eretta sopra un trofeo di pugnali, un bilancio che non è quello dello Stato, e magistrati che non rappresentano il diritto, ma la morale, i costumi, l'igiene. E che città è questa? È il miluogo dove la scienza, la libertà, la morale fanno uno, fanno l'uomo.
Con Platone fece comuni tante cose che il diritto romano fece private, ma oltre Platone, oltre gli Stoici, oltre i cristiani primitivi corse verso l'universalità umana. Oltre i socialisti de' nostri tempi corse verso la misura del lavoro: questi vogliono otto ore, egli quattro: il resto all'educazione della mente. Tanto è vero che nessuna utopia è più liberale della filosofia. Chi oserebbe dire che Galilei, Bruno, Campanella, furono borghesi? Il pensiero non è una classe, è l'uomo.
Quei quattro furono invece il manipolo più eroico della tragedia del nostro pensiero; e niente i più arditi potranno desiderare che la mente di quelli non abbia o affermato o intraveduto.
VIII.
Dove sono più, o signori, i nomi de' Ducci, de' Sigismondi, del Pellegrini? Cancellateli pure, e se toglierete qualche cosa alla legge de' contrasti, non toglierete nulla alla storia del nostro pensiero. Possiamo dire altrettanto del Bruno, di Galilei, di Campanella? Toccateli: la mano vi trema. Ben ci è chi vorrebbe cancellarli, ma le sillabe del pensiero sono immortali, e ciascuna fa parte di quel discorso continuo che si chiama progresso. Trasferendovi, in fatti, col pensiero dal secolo XVII ai seguenti, voi trovate che il principio di causalità, come fu integrato da Bruno diviene la legge di evoluzione de' nostri tempi. Evolversi è causarsi. Trovate che la matematica di Galilei si estende a poco a poco nel campo delle altre scienze, che non possono essere pagine sparse di un libro insignificante, ma debbono farsi capitoli e corollarî del libro unico indicato da Telesio e misuratamente determinato da Galilei. Già il tentativo di allargare la matematica alle altre scienze fu cominciato immediatamente nella scuola istessa di Galilei, dal suo discepolo Vincenzo Viviani. Trovate, in ultimo, che l'unità umana vaticinata da Campanella diventa dichiarazione de' diritti dell'uomo nel secolo passato e dichiarazione de' doveri dell'uomo nel secolo nostro. Al secolo che si avvicina — voi lo presentite — non toccano dichiarazioni ma soluzioni, e questa, prima di ogni altra, l'equilibrio tra' doveri e i diritti, il quale si chiama giustizia.
Tra il comunismo del filosofo calabrese e l'individualismo della prudenza conservatrice la lotta fu e durerà lunga. Ma considerate che la storia non ha dato assolutamente ragione a nessuna delle due parti, e che il secolo nostro cerca una risultante, ora col nome di collettivismo, ora con altri nomi e provvedimenti. Non curate il nome, certo è che la risultante s'impone.
Comunisti no, individualisti neppure, e il secolo nostro si affatica alla ricerca di un equilibrio, di un contemperamento. Ma di risultante non si parlerebbe, se già que' due termini estremi non fossero stati posti dal pensiero, il quale quello è che dopo aver tocco gli estremi si adagia nel medio.