Badiamo, dunque, alla parola modernità. Se è fondata sulla evoluzione, deve riconoscere i germi ond'è formata, e non può ignorare i pensieri e le fatiche de' nostri grandi: se no, è moda, è leggerezza, non è modernità. Con quale animo eleveremo un monumento a Galilei a Pisa, a Bruno in Roma, ad Arnaldo in Brescia, a Dante in Ravenna, senza averli prima allogati nella série dei nostri pensieri, senza avere inteso il significato della Città terrena in Petrarca, della Città filosofica in Campanella, insomma del regnum hominis di Bacone?
Troppo — tenuto conto del tema così vasto e del poco tempo — io sento i vuoti dell'esposizione, ma sento non inutili le poche faville, come voi sentite che ho parlato di cose che ho letto con amore e per molti anni. Compirò il mio pensiero a Pisa, parlando di Galilei.
Altrove sarei riuscito oscuro. A Firenze no: qui parla l'aria, ogni pietra commenta ed illustra le mie parole. E parlando di quelli, io mi esalto e mi sottraggo all'oscurità di questa ora. Sul pensiero di quelli è fondata l'Italia e non può perire. Nel nome di quelli in me in voi è incrollabile la fede nella missione, nell'avvenire del nostro paese. Chi dubita, chi insidia non ha vissuto la vita del nostro pensiero, non conosce l'eredità trasmessaci e che dobbiamo, aumentata, trasmettere. La crisi è momentanea. Noi siamo appena all'alba della nostra giornata.
GALILEO LA SUA VITA E IL SUO PENSIERO
(1564-1642)
CONFERENZA
DI
Isidoro Del Lungo
Letta la prima volta in Roma, dinanzi alla Maestà della Regina d'Italia, nell'Aula del Collegio Romano, per la Società per la Istruzione della Donna; poi letta a Firenze nelle Conferenze sulla Vita Italiana.
I.
Maestà,
Signore e Signori,
Il 18 di febbraio del 1564 moriva in Roma, glorioso nonagenario, Michelangelo Buonarroti. Il corpo, trasferito, o si può dire piuttosto trafugato, a Firenze, vi ebbe onori solenni: l'Accademia de' pittori e scultori, istituita pochi anni innanzi con lui per primo accademico, ne adornava l'esequie in San Lorenzo con apparati e figure, prestandovi l'opera loro, pei pittori il Bronzino e il Vasari, per gli scultori il Cellini e l'Ammannati; oratore, il Varchi; Vincenzio Borghini, rappresentante il Duca: al trasporto in Santa Croce, fatto a spalla dai giovani artisti, tutti essi gli artisti, tutta Firenze. Erano le esequie alla grande arte italiana, che in sè aveva raccolto le possenti ispirazioni medievali del risorgimento dalla barbarie, e le splendide visioni del rinascimento assorgente all'antico: — l'arte che seppe avere le intuizioni dello spirito oltreveggenti, e le apprensioni vigorose del senso; — che alle più remote idealità conciliava, senza discendere, la plasticità più rilevata; — l'arte, alla quale era stato istinto irraggiare di bellezza l'umano, umanizzare il divino; e che nel baldo giovanile esercizio della sua potenza avea toccata quella suprema linea di là dalla quale è lo sforzo, generatore d'una bellezza che può esser compresa dall'intelletto, ma non trova le vie del cuore. Dante e Giotto, Tommaso d'Aquino e i Pisani, il Petrarca e il Boccaccio, Leonardo e Raffaello, il Tiziano e l'Ariosto, erano stati i sommi artefici dell'ingegno italiano in quest'opera di civiltà universale, alla quale un altro dei grandissimi nostri, il Colombo, dischiudeva le regioni di un nuovo mondo, acquistava la porzione ignorata dell'umanità. Michelangelo, signore delle tre arti e poeta; — cittadino e propugnatore di repubblica, e avuto in luogo di eguale o di maggiore da sovrani e da pontefici; — scultore del David al Palagio del Popolo, e del Mosè pel sepolcro d'un papa agitatore di popoli e guerriero; — che impronta il fato pagano nell'omerica trinità delle Parche, e le vendette di Cristo giudice sulle pagine dantesche della Sistina; — che disegna con severità claustrale la libreria Medicea ai tesori del senno antico, e nel palazzo Farnese attua le dottrine di Vitruvio con la più fiorita adornezza che forse si sia mai posata su linee di palazzo regale; — che passa tra quella corruzione di ordini politici e di anime, di Stato e di Chiesa, ripensando al Savonarola e amando Vittoria Colonna; — che sulle tombe dei Medici scolpisce il Pensiero del tenebroso avvenire, e verso Dio onnipotente solleva nel sereno de' cieli le curve superbe della cupola Vaticana; — Michelangelo, avea quasi assommato in sè le energie, i contrasti, i lutti, i trionfi, di quei tre secoli della vita d'Italia, e circondato dal loro splendore scendeva nella tomba.