Fra tanto popolo, egli, sgraziato cavaliere, solo a cavallo. Dintorno a lui, dai lazzaroni ai gentiluomini, tutti facevano calca gridando evviva e tenendo il capo scoperto sotto quel sole cocentissimo. Avanti al corteggio era spiegata una gran bandiera su cui si leggevano in caratteri d'oro queste parole a foggia di epigrafe: Al nome del cavaliere Giovan Battista Marino, mare di incomparabile dottrina, di feconda eloquenza, di faconda erudizione, anima della poesia, spirito delle cetere, norma dei poeti, scopo delle penne, materia degli inchiostri, facondissimo, fecondissimo, tesoro dei preziosi concetti, delle peregrine invenzioni, felice fenice dei letterati, miracolo degli ingegni, splendor delle Muse, decoro della letteratura, gloria di Napoli, degli oziosi cigni principe meritissimo, dell'italica musa Apollo non favoloso, dalla cui gloriosa penna il poema ritrova i proprî pregi, l'orazione i naturali colori, il vero la vera armonia, la poesia il perfetto artifizio, ammirato dai dotti, onorato dai regi, acclamato dal mondo, celebrato dalle cose. In questi pochi inchiostri, picciol tributo di povero rivolo, Donato Facciuti, meritamente dona e consacra.

L'epigrafe è un po' lunga, ma mi pare che serva a metterci, come suol dirsi, nell'ambiente. In sostanza il Marino era il più celebre poeta che vivesse allora nel mondo.

Ricordiamoci che allora viveva anche in Inghilterra un certo Guglielmo Shakespeare. Ma chi l'aveva mai sentito solamente nominare dalle nostre parti? Bisognava che trascorressero molti e molti anni perchè Shakespeare avesse almeno una sinistra reputazione, quando il signor di Voltaire lo ebbe chiamato un barbaro ubriaco.

Il Marino, ho detto, era unanimemente riconosciuto per il primo poeta del mondo. Claudio Achillini, bolognese, uno dei suoi più celebri imitatori, gli scriveva, quando era in Francia: “Nella più pura parte dell'anima, mi sta viva questa opinione che voi siete il maggiore poeta tra quanti ne nascessero o fra i latini, o fra i greci, o fra i caldei, o fra gli ebrei. Questa affermazione difendo e professo colla lingua qualora ne parlo, e colla penna quando ne scrivo. Le api pandee non sanno stillare favi più dolci di quelli che si fabbricano nella vostra bocca, e la vostra fama poetica non sa volare con altre penne che colle vostre.„ E un degno collega dell'Achillini, anch'esso di Bologna, anch'esso scrittore celebratissimo, Girolamo Preti, gli scriveva: “Col vostro ingegno voi avete sorpassato tutti gli scrittori non solamente di questa, ma anche dell'età antica, i quali scrittori dell'età antica (così soglio dire sempre) se vedere potessero gli scritti del signor Marino, io mi fo a credere che gli scritti loro tanto meno piacerebbero a loro stessi, quanto più piacevano al loro secolo....„ E di questo gran concetto del Marino erano partecipi e facevano ad esso eco fedele i letterati più insigni delle altre nazioni. E mi basterà citarne uno solo, il Lopez De-Vega, il più gran poeta spagnuolo di quel secolo, il quale in frequenti passi ha del Marino lodi sperticate, che possono riassumersi in questo suo distico:

Joan Battista Marino es sol del Tasso,

Si bien che el Tasso lo servio de aurora.

E di questa fama ora dal tempo molto sfrondata, riman pure qualche cosa, o signore! Rimane non solamente nei libri delle storie letterarie, ma anche là dove il sopravvivere dell'opera sembra che sia un infallibile segno di grandezza. Girando per la vostra Toscana, forse non troverete più dei contadini che ricordino le terzine della Divina Commedia; e per la Laguna veneta i gondolieri hanno ormai dimenticate le ottave che celebrano i dolori di Erminia e gli amori di Clorinda; ma in qualunque regione d'Italia, penetrando nelle umili classi popolari e massime delle campagne, voi facilmente troverete ancora un poemetto di Giovanni Battista Marini, La strage degli Innocenti. Per tutte queste ragioni, il trattare di Giovanni Battista Marini parve conveniente a voi quando decideste i temi delle conferenze di quest'anno; ed io, onorato dell'incarico di parlarvene, cercherò di corrispondere come meglio potrò alla fiducia dimostratami, non tralasciando di ricordarvi che è un grande ausiliare di chi parla l'essere animato d'entusiasmo per il proprio argomento. Entusiasmo, ve lo confesso avanti, per il mio soggetto io proprio non ne ho! Mi sta dinanzi un clamoroso e complicato fenomeno letterario; ed io mi propongo di descriverlo in brevi tratti nelle sue origini e nelle sue fasi, lasciando naturalmente a voi il giudizio del come io l'avrò trattato.

Credo bene premettere che bisogna evitare delle confusioni molto dannose in questo argomento. Da alcuni si adoperano con molta facilità, alla rinfusa, i vocaboli seicento, seicentismo, marinismo. Il confondere i significati di questi vocaboli, è di grande ingiuria alla realtà dei fatti.

Il Seicento è ben altra cosa del seicentismo; o, se volete, il seicentismo non è che degenerazione del seicento, il quale ha lasciato le sue pagine gloriose nella storia d'Italia. Il Cinquecento instaurò nel mondo latino l'intuito, il sentimento del reale, sgombrandolo dalle nebbie del Medio Evo. Ora a questo sentimento, vivo ma sempre un po' vago e indeterminato, il Seicento fece seguire la dimostrazione sperimentale; e questo basterebbe per la gloria di un secolo. A rappresentare poi questa gloria basterà ricordare Galileo Galilei e l'Accademia del Cimento.

Anche nell'arte figurativa il Seicento ha glorie insigni. Fu esso un secolo di generosi contrasti, di sforzi erculei per rattenere nella china fatale le arti che precipitavano. E in questo contrasto le arti erano rappresentate da uomini di grande ingegno e di fortissimo sentire, come il Bernini, il Domenichino, Guido Reni ed altri. Da questo contrasto uscì fuori una nuova forma d'arte italica che intimamente corrisponde al periodo tragico; una conquista importantissima, che, nella loro artistica serenità, i secoli anteriori non si erano curati di afferrare.