Rimane dunque a parlare del seicentismo letterario; e anche qui, per avere un'idea esatta, bisogna allargare i confini geografici. Non è vero che il seicentismo fosse fenomeno prettamente italiano. Tutte le nazioni ebbero in quel tempo il loro Seicento. Lo ebbero gli Spagnuoli, col nome di gongorismo; lo ebbero gl'inglesi col nome di eufuismo; lo ebbero i Francesi col nome di preziosismo. E quando, per esempio, Filarete Chasles ci dice che il cavalier Marino andò a fare scuola a Parigi chiamatovi dal maresciallo D'Ancre e protettovi da Maria de' Medici, dice una cosa grandemente inesatta. Bisognerebbe anzi invertire i termini del fatto. Fu la gran consonanza fra il gusto del Marino e i gusti prevalenti già da tempo in Francia, che determinò la chiamata del poeta e causò il suo incredibile trionfo. L'Hôtel Rambouillet era già pieno da un pezzo dei suoi preziosi e delle sue preziose; ed essi pendevano dalle labbra dell'autore dell'Adone appunto perchè nelle sue metafore e ne' suoi “concetti„ sentivano quello che era accetto al gusto loro e lusingava le loro più vive predilezioni. Potremo anzi dire di più; e cioè che il Marino stesso (e questo lo si rileva leggendo con ordine cronologico parecchi dei suoi componimenti più importanti) che il Marino stesso attinse dalle preziosità francesi degli elementi nuovi che al focoso napoletano prima erano sfuggiti. È vero che il Cottin e il Voiture e il De Portes e Balzac e gli altri presero da lui senza dubbio; ma se presero dal Marino, qualche cosa anche a lui dettero; e tanto dettero che il Marino, ci ritornò di Francia non solamente come autore delle sperticate metafore e delle smisurate fantasie, ma anche come il poeta di certi vezzi e di certe raffinatezze, che hanno la loro origine nella mente e nel gusto della Francia di quel tempo; tutto un edificio letterario di pessimo gusto, che doveva poi esser assalito dall'umorismo potente di Molière e dagli anatemi del Boileau.
Questo dunque bisogna mettere in chiaro. Il seicentismo non fu un malanno esclusivo di noi altri Italiani; fu invece una specie di lebbra universale, che invase le letterature europee di quel tempo.
Quale l'origine di questo male comune? Io credo che esso debba considerarsi come una mala conseguenza dell'umanismo, pigliato, ben inteso, non nella sua pura e gagliarda essenza, ma nella sua parte caduca e facilmente degenerativa. Orazio ha detto una sentenza feconda di grandissimi significati: facile est inventis addere. Ora il dare ad un popolo una letteratura che non nasca tutta intera dalle sue viscere, che non sia tutta inspirata dalle condizioni vive e presenti dell'epoca, ma che sia formata per la più parte di splendidi e seducenti ricordi, lascia nell'organismo di questo popolo delle facoltà latenti ed inerti, che poi pel vizio stesso dell'inerzia sono tratte o ad intorpidirsi o a sovvraeccitarsi. Da questo doppio difetto nacquero e la rinuncia ad ogni bella e vigorosa iniziativa e un fatuo e sregolato amore di novità. Condotti da questi due istinti viziosi, i poeti si dettero con predilezione a lavorare le materie già loro somministrate dall'antico; poi, come non si può sempre ripetere quello che è stato detto, ma bisogna qualche cosa aggiungere, divenne inevitabile che essi, aggiungendo, guastassero. Per cui a poco a poco si formò un fenomeno semplicissimo e naturalissimo; che cioè l'artista si venne a mano a mano obliando nell'opera sua, facendo a sè stesso spettacolo dilettoso del proprio artifizio. Ed una volta messo su questa strada, si lasciò andare a una specie di degenerazione inavvertita e istintiva. Aggiungete che a questa degenerazione si aggiunse lo stimolo potentissimo dell'emulazione, perchè se uno passava di una linea il giusto segno, l'altro doveva passarlo di due. Pur troppo è con l'aumento e con l'incremento materiale delle proporzioni e dei colori che l'opera d'arte riesce a richiamare l'attenzione del grosso pubblico!
Però non è da meravigliarsi se tutte le nazioni moderne, le quali, per l'esempio e per l'impulso dell'Italia, hanno ricominciato a rivivere nel culto e nell'imitazione di letterature morte, hanno tutte preso la medesima china e se il seicentismo fu un guaio comune.
Credete poi che frugando un po' attentamente entro la letteratura del Medio Evo, non ritrovereste nei residui della bassa latinità, degli eccessivi e puerili artifici ricorrenti ad ogni piè sospinto? Massime gli scritti puramente mistici sono pieni di ogni fatta di manierismi; e a tradurli in italiano ci parrebbe di essere già da un pezzo in pieno Seicento. Lasciamo da parte le preziosità latine eredità dei provenzali, e certe ricercatezze a cui non seppe sfuggire nemmeno il genio austero di Dante Alighieri. Lasciamo da parte i giochetti a cui si lasciò tanto volentieri andare il Petrarca sul nome di Laura, e certi contrasti che fanno parer lui, piuttosto che il principe dei poeti amorosi italiani, l'ultimo arrivato dei trovatori provenzali. Ma fermiamoci a contemplare un aspetto solo dell'arte del dire, quello che più si presta ai ragguagli ed ai confronti istruttivi: il sentimento della natura. Voi vedete come il sentimento della natura nei nostri poeti del Trecento è, in generale, schietto ed efficace. Dante con una terzina ha la potenza di rendervi un paesaggio in termini così sobrii e insieme così rilevati che la fantasia e il gusto non domandano di più. Ma come venite al quattrocento, ecco che già il manierismo comincia a far capolino. Il Poliziano, per esempio, l'adorabile nostro Poliziano, non vorremo noi dire che qualche volta si lascia andare alle vaghezze d'un artificio troppo palese?
Trema la mammoletta verginella
Con occhi bassi, onesta e vergognosa,
Ma vie più lieta, più ridente e bella
Ardisce aprire il seno al sol la rosa.
Questo di verde gemme s'incappella;